Bankitalia, il 4,5% di Generali va verso il Fondo strategico

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II 4,5% circa delle Generali in mano alla Banca d’Italia fa rotta verso ilFondo Strategico Italiano, controllato dalla Cassa Depositi e Prestiti. Il piano allo studio prevederebbe, secondo alcune fonti, un aumento di capitale riservato proprio a Bankitalia, che apporterebbe la propria partecipazione nel Leone: alle quotazioni attuali il 4,5% ha un valore di poco superiore ai 900 milioni di euro. Non è chiaro se Bankitalia possa prendere in cambio una partecipazione diretta nel Fondo o se l’ingegneria sia più complessa. In ogni caso, se l’operazione dovesse andare in porto il Fondo, presieduto dall’amministratore delegato della Cdp Giovanni Gorno Tempini (nella foto), e guidato da Maurizio Tamagnini, diventerebbe il secondo socio del Leone dopo Mediobanca che ha il 13,6%.

L’operazione, che deve ancora essere finalizzata, ma il cui studio è a livello avanzato, nasce dall’esigenza di Bankitalia – che per inizio di gennaio avvierà attraverso l’Ivass la supervisione sulle compagnie assicurative – di non trovarsi nella posizione di socio di una sua controllata. In questo modo rischierebbe infatti un potenziale conflitto d’interessi. Bankitalia non commenta al momento questa o altre ipotesi. Sul tavolo, si apprende, c’è una rosa di possibili soluzioni, compresa appunto quella che riguarda il Fondo. Ma l’ingegneria dell’operazione, nonostante il tempo stringa, appare piuttosto complessa. E non è escluso che una serie di reazioni, dentro e fuori l’azionariato delle Generali, possano spingere via Nazionale a sistemare in altro modo il suo pacchetto.

Nella scelta di un soggetto «istituzionale» per collocare il suo 4,5% Bankitalia sembra essere stata ispirata finora dalla difesa dell’italianità del Leone. Non a caso fin dall’inizio si sarebbe esclusa la possibilità di mettere semplicemente sul mercato i titoli e in un primo momento sarebbe stata sondata per l’operazione la stessa Cassa Depositi e Prestiti. Ma l’operazione pare essersi arenata, forse anche per il fatto che la stessa Cdp, in quanto intermediario finanziario, è soggetto alla vigilanza di Bankitalia.

Il problema, invece, non sussiste per il Fsi, che pur essendo un fondo non ha la natura giuridica di Sgr, ma quella di Società per azioni e non è quindi sottoposta alla supervisione dell’Autorità bancaria. Da qui l’accelerazione degli ultimi giorni, corroborata anche dalle parole di Franco Bassanini, presidente della Cdp, che una settimana fa ha annunciato che «presto il capitale del Fondo aumenterà».

Tra i grandi soci delle Generali che affiancano Mediobanca – il gruppo Caltagirone, quello De Agostini e quello Del Vecchio – le voci sulla cessione da parte di via Nazionale che circolano insistenti fanno alzare più di un sopracciglio. Il timore esplicito è che dalla presenza di un socio silente e dal comportamento sempre di mercato come Banca d’Italia, che negli ultimi anni ha ad esempio sempre votato in assemblea allineandosi alle scelte di Assogestioni – si passi alla presenza di un soggetto più «politico» come lo stesso Fondo, che reclamerebbe ovviamente una rappresentanza in consiglio.

Il timore inconfessabile è invece che attraverso una struttura controllata in ultima istanza dal ministero dell’Economia e partecipata dalle Fondazioni bancarie, che dopo la conversione delle azioni privilegiate in ordinarie avranno il 20% della Cassa Depositi e Prestiti, la politica entri a Trieste dalla porta principale.

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