Bnl-Unipol, la richiesta dei pm “Condannate Berlusconi la responsabilità è dimostrata”

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Quando il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli ripercorre in aula l’affaire Unipol, sembra di rivivere un
refrain.
Un canovaccio che negli ultimi quindici anni ha visto Silvio Berlusconi sempre al centro di uno scandalo, ha valutato il suo ritorno di immagine e politico, e ha sfruttato l’occasione. Quello per cui è imputato a Milano insieme al fratello Paolo, forse gli ha fatto incamerare il premio più importante: la sopravvivenza politica nel 2006, alla vigilia delle elezioni. Dopo 5 anni al governo, sondaggi disastrosi nel duello con il centrosinistra timonato da Romano Prodi, e poi improvvisamente riemerso nell’aprile successivo, con il centrosinistra vincente, ma con una maggioranza risicata al Senato da non garantire a lungo la sua sopravvivenza. Ieri, ha sostenuto Romanelli, quel risultato sembra essere stato determinato da una campagna stampa pubblicata dal giornale della famiglia Berlusconi, con al centro l’allora segretario dei Ds Piero Fassino che chiede al numero uno di Unipol, Giovanni Consorte: «Ma allora, abbiamo una banca?».
Una conversazione che doveva essere custodita in una cassaforte della procura per l’inchiesta sulle scalate alla Bnl e ad Antonveneta, ma che il titolare della società di intercettazioni, Roberto Raffaelli di Rcs (
Reseurch control system),
ha invece offerto su un piatto d’argento
a Berlusconi, ad Arcore, il 24 dicembre 2005. È per questo che il procuratore chiede un anno di carcere per il Cavaliere per violazione del segreto istruttorio, e tre anni e tre mesi per il fratello Paolo, al quale vengono contestati anche il millantato credito e la ricettazione.
Silvio Berlusconi da questa storia voleva uscire già in udienza preliminare, sostenendo di non aver mai ascoltato la voce di Fassino e Consorte ad Arcore. Ieri Romanelli, invece, ha detto esattamente il contrario: «Quel nastro — ha detto ai giudici della quarta sezione penale — Silvio Berlusconi lo ha ascoltato». E non solo. Perché se quell’incontro e quell’ascolto sotto un albero bianco di Villa San Martino, non fosse mai avvenuto, il pm non si spiega come allora i due fratelli Berlusconi abbiano subito nei tre anni successivi le continue richieste di denaro da parte del grande accusatore di questo processo, il faccendiere Fabrizio Favata, senza mai «presentare una denuncia». È stato proprio l’ex imprenditore Favata, caduto in disgrazia nei primi anni Novanta per bancarotta, divenuto poi «grande amico di Paolo Berlusconi», al quale nell’autunno di 7 anni fa paventa la possibilità di ottenere quel nastro dal suo amico Raffaelli. «Non c’è bisogno di conferme al racconto di Favata
», garantisce oggi Romanelli. I coimputati dei fratelli Berlusconi, sono stati già condannati tutti attraverso i riti alternativi, e i testimoni chiamati in aula, hanno di fatto confermato la bontà del racconto del bancarottiere. Ed ecco dunque materializzarsi quella che è la verità per l’accusa: con
Raffaelli che viola, alla fine dell’estate 2005, i computer dei pm che indagano sulla scalata Unipol, «seleziona» quel colloquio tra Consorte e Fassino, lo offre attraverso l’amico Favata alla famiglia Berlusconi. In cambio di cosa? Della possibilità di espandere le proprie attività all’estero con l’appoggio
dell’esecutivo del centrodestra (Raffaelli e Favata incontreranno a Palazzo Grazioli il capo della segreteria del premier, Valentino Valentini). Quello che succede dopo quella vigilia di Natale è molto semplice: una settimana dopo sulle colonne de
Il Giornale,
parte la campagna stampa che si
basa su quel nastro rubato. «Nonostante non ci fosse stata in quella conversazione alcun illecito», rivendica più tardi il professore Carlo Federico Grosso, difensore di Fassino, che ha chiesto ai giudici anche il pagamento di un risarcimento del «danno rilevantissimo », per un milione di euro.
Il 10 gennaio la parola passerà ai legali degli imputati, Piero Longo, Massimo Montesano e Federico Cecconi. Poi, il collegio presieduto da Oscar Magi (forse nella stessa udienza, più probabilmente il 17 gennaio), si ritirerà in camera di consiglio per la sentenza. L’avvocato del Cavaliere, Niccolò Ghedini, grida allo scandalo. La concentrazione dei processi a carico del suo cliente sono «davvero al di fuori dall’ordinario» e «comunque incideranno pesantemente sul risultato elettorale».

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