Dopo mesi di promesse e rinvii il governo Meloni ha approvato il decreto Bollette
Il decreto Bollette contiene sia bonus una tantum che interventi strutturali destinati – se confermati nel testo definitivo ed approvati dalla Commissione europea – a modificare in modo strutturale il mercato energetico italiano.

Il decreto Bollette contiene sia bonus una tantum che interventi strutturali destinati – se confermati nel testo definitivo ed approvati dalla Commissione europea – a modificare in modo strutturale il mercato energetico italiano. Ecco il dettaglio delle misure.

Sconto di 315 euro a 2,7 milioni di famiglie

La prima misura del decreto Bollette approvato ieri nel Consiglio dei ministri riguarda le famiglie vulnerabili, cioè quelle che già oggi percepiscono il cosiddetto bonus sociale da 200 euro. Per quest’anno questi 2 milioni e 700mila nuclei – con Isee fino a 9.760 euro – riceveranno un ulteriore bonus sulle bollette elettriche da 115 euro, che porterà così il loro “sconto” complessivo a 315 euro. Il costo massimo della misura è fissato a 315 milioni di euro, coperto riciclando risorse già nella disponibilità del ministero dell’Ambiente e dell’energia. C’è poi nel decreto un ulteriore sostegno facoltativo, a discrezione delle società energetiche e quindi molto ipotetico, per i nuclei con Isee fino a 25mila euro, esclusi quelli che già percepiscono il bonus sociale. I fornitori di queste famiglie potranno decidere di scontare loro per il primo bimestre dell’anno, sia nel 2026 che nel 2027, la parte della bolletta relativa al puro costo dell’elettricità (resterebbero comunque da pagare le componenti fiscali o parafiscali). In cambio le aziende riceverebbero dall’Arera, il regolatore dei mercati energetici, una “attestazione” che potrebbero usare a fini commerciali o di promozione.

Per i produttori l’Irap sale di due punti

Più tasse su chi produce, trasporta e vende energia per tagliare la bolletta elettrica delle aziende che la consumano. È qui la novità più significativa — rispetto alle bozze circolate nei giorni scorsi — della versione finale del decreto. L’articolo 2 punta a ridurre i cosiddetti oneri di sistema, legati ai passati incentivi per le rinnovabili, per 4 milioni di imprese di tutte le dimensioni (ma non per le energivore, che godono di specifici sostegni). Sarà finanziato da un lato chiedendo ai produttori rinnovabili di spalmare nel tempo o rinunciare volontariamente a parte degli incentivi a cui hanno diritto, in cambio della possibilità di potenziare i loro impianti, ma anche — visto che potrebbero aderire in pochi — con un aumento di due punti del prelievo Irap su tutte le aziende energetiche nel 2026 e nel 2027. Questa extra tassa, non certo gradita al settore, garantisce alla misura almeno un miliardo di coperture. Sempre per le aziende, ma sul fronte delle bollette del metano, il decreto taglia invece per il 2026 alcuni degli oneri di trasporto per i settori ad alto consumo di gas come cemento, carta o ceramica. Questa misura è finanziata vendendo parte delle scorte di gas accumulate durante la crisi energetica.

Sugli Ets pesa l’incognita di Bruxelles

La parte più strutturale del decreto è quella che prova a ridurre il costo all’ingrosso dell’elettricità – con benefici per tutti, famiglie e imprese – spostando gli oneri che gravano sulle centrali a gas, la fonte più costosa che sul mercato italiano “fa il prezzo” gonfiando di riflesso anche quello dell’elettricità più economica ottenuta dalle rinnovabili. La norma prevede di rimborsare ai produttori termoelettrici sia parte degli oneri di sistema, sia soprattutto i costi dei certificati per le emissioni di CO2 (gli Ets, circa 25 euro al Megawattora), portandoli “a valle”, nelle bollette degli utenti. Per questi ultimi l’effetto sarebbe comunque positivo, vista la riduzione del prezzo della materia prima. A perderci invece sarebbe chi produce energia rinnovabile, solare e idroelettrico, che vedrebbe ridursi il generoso margine a cui oggi può venderla, un ulteriore motivo di opposizione del settore. Questa misura richiede una messa a punto dell’Arera, chiamata anche a vigilare su eventuali condotte anticoncorrenziali dei produttori, e scatterebbe dal 2027. Sulla componente Ets però, la fetta principale dei risparmi da 5 miliardi che la premier Meloni attribuisce al decreto, pende l’incognita Bruxelles: dovrà accettare che il costo dei certificati sia “socializzato” e non pagato direttamente da chi inquina.

Gas, via l’extra prezzo sul mercato nazionale

Altro intervento strutturale, più sicuro ma dall’impatto più limitato, è quello che azzera l’extra prezzo del gas all’ingrosso, circa 3 euro sui 30 totali dell’attuale quotazione, che viene pagato sul mercato italiano (Psv) rispetto a quello europeo (Ttf). Anche questa misura, che pure dovrebbe avere un piccolo effetto a cascata sui costi dell’energia, sarà finanziata dalla vendita delle riserve di metano accumulate durante la crisi energetica. Nel complesso, ha detto Meloni, i risparmi per le imprese andranno da alcune centinaia di euro per i piccoli artigiani o ristoratori, a 10mila euro sia su gas che su elettricità per una Pmi, per arrivare a oltre 200mila euro per il metano di un’azienda gasivora: numeri che andranno verificati alla luce della relazione tecnica e nei fatti. Completano il decreto una serie di interventi dagli effetti più contenuti: si rafforzano le garanzie pubbliche sui contratti di lungo periodo (Ppa) tra i produttori rinnovabili e le imprese, dando un piccolo incentivo al “disaccoppiamento” del prezzo delle rinnovabili da quello del gas; si punta a smaltire l’intasamento delle domande di allaccio alla rete di nuovi impianti rinnovabili, che rallenta il settore; si crea invece una corsia preferenziale per i grandi data center: si provano a rilanciare le estrazioni di gas nazionale, da assicurare poi alle imprese a prezzi ridotti.

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