Le aziende in crisi sono troppe, i lavoratori coinvolti corrono il rischio di perdere il lavoro o di finire in cassa integrazione guadagni

GliimpieghicrollanodimiliardidalDa quando lo Stato ha rinunciato a fare l’imprenditore e i governi che si sono succeduti hanno pensato che le soluzioni fossero la globalizzazione, il libero mercato e la privatizzazione di interi settori produttivi, le condizioni sociali ed economiche delle classi subalterne sono peggiorate ed abbiamo assistito al trasferimento di ricchezza da queste ultime verso le elites.

Siamo in presenza di una nuova rivoluzione industriale che, proprio come è successo in passato, sta lasciando sul terreno sociale morti e feriti. A differenza di quanto succedeva in passato, quando il ceto politico pur assecondando gli interessi delle elites guidava comunque i processi, oggi si limita solo ad assecondare le trasformazioni economiche e sociali evitando accuratamente di intervenire. Le aziende in crisi sono tante, troppe, i lavoratori coinvolti sono, da alcune stime, 210.000 e molti di loro corrono il rischio di perdere il lavoro o di languire in cassa integrazione per anni senza nessuna prospettiva.

Il caso Arcelor – Mittal appare il più dirompente per diverse ragioni ma non è l’unico caso. Il forte impatto mediatico è da ricercare in diverse cause. La prima è che la questione sembrava risolta, la seconda è per l’alto numero di lavoratori interessati, la terza è che la crisi dell’ILVA investe l’intero settore dell’industria siderurgica nazionale che equivale a qualcosa come l’1,4% del PIL nazionale. Arcelor – Mittal recede dal contratto non perché è venuto meno il cosiddetto “scudo penale” – solo dei media servili possono continuare a sostenere una cosa di questo genere – ma a causa dell’alto numero di lavoratori, per l’Arcelor – Mittal il 50% delle maestranze, in esubero, e di tutta una serie di norme da rispettare a difesa dei lavoratori e dell’ambiente.

Le multinazionali come la Arcelor – Mittal sono abituate ad operare in contesti dove diritti dei lavoratori e tutela dell’ambiente sono ignorati. Per capirlo è sufficiente dare una scorsa rapida ai vari studi che riguardano le condizioni dei lavoratori e dell’ambiente in Paesi in forte sviluppo industriale come l’India o la Nigeria. Il caso ILVA non è l’unico. Sono anni che assistiamo alla chiusura di stabilimenti industriali. Molte delle aziende chiudono non perché improduttive ma perché le norme a difesa dei lavoratori sono tali che non consentono al management aziendale di realizzare profitti tali da garantire ad essi e agli azionisti lauti guadagni. La desertificazione di aree un tempo occupate da impianti industriali sono una costante nell’Italia post moderna e post industriale.

Gli effetti dei processi di deindustrializzazione si ripercuotono su tutto il sistema sociale ed economico; ne sono prova la progressiva chiusura di piccole attività commerciali ed artigianali dovute alla contrazione della domanda. Sono queste le attività che per anni hanno costituito l’indotto del sistema industriale. Ciò che oggi manca è lo Stato, non perché non vi sia più ma perché da essere Stato sociale e democratico capace di governare i processi in nome dell’interesse collettivo è diventato lo Stato regolatore che interviene a favore di oligopoli e monopoli. Mai come nel contesto attuale, per dirla con Marx, lo Stato è sempre di più Stato di classe e quindi strumento attraverso il quale le elites egemonizzano il popolo. Se riflettiamo sulla storia dello sviluppo economico dell’Italia scopriamo che anche quando lo Stato liberale era schierato a tutela degli interessi proprietari difendeva comunque l’interesse nazionale. Solo per inciso l’industria siderurgica nazionale nasce per volere dei governi della Sinistra storica a partire dagli anni 80 del XIX secolo con la nascita delle acciaierie di Terni. Nasce ad opera di privati ma sono le commesse pubbliche quindi lo Stato che ne garantisce lo sviluppo. Ciò accadeva perché l’interesse nazionale coincideva con l’interesse della nascente borghesia industriale. I grandi nomi dell’industria italiana: Falk, Pirelli, Agnelli, Bastogi, Carlo Erba,Ducati, solo per citarne alcuni, nascono e si affermano grazie a precise politiche industriali dei governi di quell’epoca. Questo vale per il sistema industriale ma anche per il sistema bancario. Come si evince dagli studi condotti da storici, sociologi ed economisti non c’era analisi costo/benefici capace di frenare in qualche modo il processo di industrializzazione che portò tra la fine dell’800 e i primi del 900 al “decollo industriale” del nostro Paese. Il sovrapporsi tra interesse nazionale e interesse della borghesia industriale è durato in Italia fino alla fine della c.d. prima repubblica. Il ruolo che lo Stato ha avuto per lo sviluppo industriale del Paese e la crescita economica e sociale delle classi popolari è ben rappresenta dalla funzione assunta dall’IRI negli anni ‘60 sotto la guida di Giuseppe Petrilli. Secondo la teoria degli “oneri impropri”, elaborata dallo stesso Petrilli, l’IRI utilizzava le imprese per finalità sociali con lo Stato che si faceva carico dei costi e delle diseconomie generati dagli investimenti, il che significava che l’IRI non seguiva necessariamente criteri imprenditoriali, investiva secondo quelli che erano gli interessi della collettività tali attività producevano “oneri impropri”, ossia investimenti antieconomici. Tale teoria ancor prima di essere codificata da Petrilli ha sempre operato in funzione dell’interesse nazionale e come dicevo della nascente borghesia industriale italiana. Questo sistema è venuto meno con il “crollo del muro di Berlino”, ricordato in questi giorni con tanta enfasi, aprendo la nostra economia alla Globalizzazione. Con la globalizzazione gli interessi della borghesia industriale italiana non hanno più coinciso con l’interesse nazionale. Con la globalizzazione la borghesia nazionale non ha più chiesto la protezione dello Stato. Come hanno dimostrato le inchieste di Tangentopoli la richiesta della protezione pubblica avveniva anche attraverso il finanziamento della politica. Le grandi famiglie della borghesia industriale italiana hanno preferito investire i capitali in speculazione finanziaria, delocalizzare gli impianti in aree con manodopera a basso costo, cedere partecipazioni azionarie a società straniere per poter disporre di nuovi capitali o semplicemente per realizzare maggiori profitti attraverso operazioni finanziarie o cedere le proprie aziende come è accaduto a marchi di fabbrica che per decenni hanno dato lustro al nostro sistema industriale. La cessione di parti sempre più importanti della nostra industria ha coinvolto tanto le aziende private quanto quelle pubbliche. Oggi non solo non esiste più l’IRI ma anche molti dei colossi industriali un tempo integralmente di proprietà dello Stato, dopo essere stati trasformati in SpA, sono stati messi sul mercato per cui di pubblico hanno poco o nulla. Venuto meno il sovrapporsi dell’interesse della borghesia imprenditoriale con l’interesse nazionale, lo Stato è diventato un peso, la politica se non funzionale agli interessi sovranazionali del capitale solo un inutile orpello, la funzione sociale della proprietà come recita l’art. 42 della Costituzione viene interpretata in chiave liberale come certificano le sentenze di alcuni tribunali per cui l’interesse sociale da tutelare è quello degli azionisti e non più quelli collettivi. L’apertura del sistema economico alla globalizzazione ha avuto come effetto i processi di deindustrializzazione ai quali stiamo assistendo. E’ del tutto evidente che la multinazionale che rileva l’ILVA fa un’operazione che mira a far crescere il valore delle proprie azioni e non certamente a tutelare i livelli occupazionali o a fare investimenti per la bonifica ambientale. Stesso discorso vale per l’Auchan o per coloro che mostrano interesse verso l’Alitalia. L’analisi costo/benefici non viene più fatta attraverso una valutazione limitata all’ambito ristretto rappresentato dal mercato dello Stato nel quale si opera. La valutazione viene fatta a livello globale per cui la funzione che un tempo svolgeva la politica e cioè si di assecondare e favorire gli interessi delle classi dominanti nazionali ma nel contempo di salvaguardare l’interesse nazionale oggi non è più possibile. Rispetto allo strapotere di una oligarchia finanziaria ed economica globalizzata, che non riconosce i confini nazionali che anzi li considera come strumenti che si oppongono alla realizzazione di profitti sempre maggiori, le classi politiche degli Stati nazionali, Italia compresa come provano i fatti, si adattano ad assecondare la logica del mercato e del profitto operando sugli unici fattori sui quali possono ancora influire e cioè lavoro e spesa pubblica. Su entrambi si interviene allo stesso modo. Si riducono diritti e salari dei lavoratori in egual misura si riduce la spesa pubblica. Entrambe le operazioni vengono fatte giustificandole con la necessità di favorire gli investimenti privati per vedere crescere il PIL. L’affaire ILVA dice, in conclusione, una sola cosa e cioè che l’avversario da combattere, in primo luogo sul piano della cultura politica, è il Liberalismo, ideologia nelle mani delle elites globalizzate, funzionale ad una idea di libertà individuale che ha come unico scopo quello di tutelare la libertà delle elites contro il popolo .

Le aziende in crisi sono troppe, i lavoratori coinvolti corrono il rischio di perdere il lavoro o di finire in cassa integrazione guadagni ultima modifica: 2019-11-13T14:15:01+01:00 da Deborah

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