Scandalo Libor, cade il velo dell’anonimato. Coinvolto l’ex ceo Bob Diamond

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Bob Diamond torna suo malgrado agli onori delle cronache. Il nome dell’ex chief executive di Barclays, costretto alle dimissioni dallo scandalo Libor, è in una lista depositata in tribunale di 25 persone in qualche modo coinvolte nelle manipolazioni del tasso interbancario.

Il giudice Justice Flaux ha infatti respinto la richiesta di anonimato presentata dalla banca e ha quindi permesso la pubblicazione della lista, che comprende anche i nomi di Jerry del Missier, ex chief operating officer di Barclays che aveva lasciato l’estate scorsa travolto dallo scandalo, e di Rich Ricci e Chris Lucas, tuttora rispettivamente capo dell’investment banking e group financial officer.

Il giudice ha detto che è nell’interesse pubblico rendere noti i nomi, ma ha sottolineato che le persone sulla lista non sono necessariamente colpevoli in prima persona di atti illeciti ma sono solo ritenuti coinvolti dalle autorità.

In tutto sono 104 i dipendenti Barclays che avevano chiesto di mantenere l’anonimato durante le cause in corso. Il giudice ha anche rivelato l’esistenza di messaggi email che dimostrano come alti dirigenti della banca fossero a conoscenza delle pratiche di manipolazione del Libor giá nel 2007, un anno prima di quanto risultasse finora alle autorità.

Le email in questione, scambiate tra il trader Peter Johnson e il manager Miles Storey, entrambi nella sede di Londra, fanno riferimento a istruzioni “dal 31esimo piano”, codice interno per i massimi vertici della banca.

Nel giugno 2012 la banca britannica era stata la prima ad ammettere le proprie responsabilitá e a negoziare un accordo con le autoritá britanniche e americane che stanno indagando sul Libor, accettando di pagare una multa di 290 milioni di sterline.

Nonostante l’intesa raggiunta, le ricadute negative dello scandalo Libor non sono finite per Barclays, che rischia una lunga serie di lunghe e costose cause per danni. Nella prima causa di questo genere in Gran Bretagna, Guardian Care Homes, societá privata che gestisce una trentina di case di cura, ha citato a giudizio la banca accusandola di averle venduto in modo fraudolento complessi swap, derivati di tasso basati su un tasso “truccato”.

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