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	<title>bilico - Notiziario Finanziario - Notizie Banche Italiane Assicurazioni</title>
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	<title>bilico - Notiziario Finanziario - Notizie Banche Italiane Assicurazioni</title>
	
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		<title>Banche, margini in bilico sul costo del funding</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Deborah]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Oct 2014 14:09:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L’aura di incertezza in Borsa sulle banche italiane rimarrà almeno fino al 26 ottobre, quando verranno svelati i risultati dell’asset&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="post-title typography-title">L’aura di incertezza in Borsa sulle banche italiane rimarrà almeno fino al 26 ottobre, quando verranno svelati i risultati dell’asset quality review effettuata dalla Banca centrale europea. È questa la previsione pressoché unanime degli analisti. Nel frattempo, un’analisi di Kpmg sulle semestrali degli istituti – che Affari &amp; Finanza pubblica in esclusiva – mostra i punti di forza (pochi) e di debolezza (molti) del sistema creditizio italiano. E chiarisce che la tanto attesa svolta non è ancora arrivata. Continua il deleverage Complessivamente, l’economia non aiuta certo in questo momento le banche. Infatti le semestrali del 2014 non mostrano alcun segnale di discontinuità rispetto al passato da questo punto di vista: le banche non spingono l’economia un po’ perché dal mondo produttivo e dalle famiglie non arrivano forti richieste; e un po’ perché «i gruppi bancari sono prudenti nell’erogazione di nuovo credito anche per la necessità di rispettare i requisiti patrimoniali e gli obiettivi di qualità dell’attivo », si legge nel report. Come nel classico cane che si morde la coda, non si capisce di chi sia la colpa. Ma il risultato finale è che anche nel primo semestre del 2014 è continuato un (seppur leggero) deleverage, ovvero una contrazione degli impieghi verso la clientela pari al 2 per cento per il campione di 17 gruppi bancari preso in considerazione dalla società di</p>
<div class="copy clearfix">
<p>consulenza. «Le banche, in verità dice Giuliano Cicioni, il partner di Kpmg che ha curato la ricerca – stanno cercando impieghi solidi ma hanno difficoltà a trovarli ». In altri termini, domanda e offerta non s’incontrano perché chi vorrebbe comprare l’acqua non sempre ha i soldi e chi la vende vorrebbe trovare dei compratori che diano garanzie di solidità. I crediti deteriorati Tra le notizie negative, c’è che la qualità del credito continua a peggiorare. «A causa del perdurare della crisi economico-finanziaria – si legge nel report continua il preoccupante trend dei crediti deteriorati, che raggiungono a giugno 2014 i 159 miliardi di Euro (più 6,2 miliardi di euro, più 4,1 per cento rispetto al dicembre 2013)». A star peggio, in questo contesto, non sono i piccoli, come si potrebbe immaginare: «Il deterioramento della qualità del credito è più evidente nei medi (più 10 per cento), mentre i piccoli hanno registrato una lieve riduzione (meno 0,4 per cento)». Ed è da troppo tempo che da questo fronte non ci sono notizie positive: «Il peggioramento della qualità degli impieghi, anche se con un rallentamento della dinamica, non accenna ad arrestarsi: basti pensare che nel 2009 i crediti deteriorati netti erano pari a circa 105 miliardi di Euro (+54 miliardi di Euro rispetto al 2009)». Un dato confortante è però rappresentato dalla riduzione dei crediti scaduti (meno 9 per cento) e delle rettifiche sui crediti rispetto allo scorso anno (meno 7 per cento), quando avevano inciso in maniera negativa sui risultati dei gruppi del campione. Margini in crescita Tra i segnali positivi, c’è che torna ad aumentare il margine d’intermediazione (più 1 per cento), grazie all’incremento del margine d’interesse e del margine da commissioni e nonostante la riduzione dei profitti da attività finanziarie. «In uno scenario di contrazione dei volumi – dice Cicioni – e di difficoltà dalla parte dei ricavi soprattutto su uno scenario di tassi molto ridotti, gli istituti di credito hanno oggettivamente difficoltà a tenere il conto economico. Il margine si fa molto quindi più sul costo del funding che sul tasso sugli impieghi. Va detto che tradizionalmente la raccolta da clientela era per le banche molto vischiosa: oggi invece è diventata estremamente selettiva e dinamica; gli istituti devono quindi avere politiche molto reattive, un po’ – tanto per capirsi – come le tariffe del mondo telecom». I costi «Il tema della razionalizzazione e del contenimento dei costi rimane centrale per il settore bancario – si legge nel report di Kpmg – nonostante il miglioramento di margini e redditività». I gruppi presi in esame nel campione sono intervenuti «attraverso la riduzione del numero di sportelli e di risorse, con una conseguente contrazione soprattutto delle spese del personale » . «Sulla parte bassa del conto economico dice Cicioni ovvero sul fronte dei costi, le aziende bancarie sono intervenute molto in questi anni. Soprattutto sulle spese ammini-strative e di acquisto il lavoro fatto è notevole. Si è intervenuti anche sul fronte delle spese per il personale, ma ora c’è la grande incognita collegata al prossimo rinnovo del contratto bancario ». Per il futuro le uniche speranze di ridurre il costo del personale sono riposte nella capacità di «rivedere il modello basato sugli sportelli che servono una clientela indistinta e che non tiene conto del fatto che è in atto una forte polarizzazione fra pochi “molto ricchi” e molti “molto poveri”». I crediti deteriorati sono cresciuti per tutte le banche ma non per le piccole</p>
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		<title>Veneto Banca, consiglio in bilico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo D.]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Apr 2014 14:30:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Veneto Banca prende tempo e respinge al mittente le perentorie richieste di Banca d’Italia sull’azzeramento del board dell’istituto. Alzando un&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 14px; color: #333333; font-family: Geneva, Verdana, sans-serif; font-weight: 300; line-height: 1.625;">Veneto Banca prende tempo e respinge al mittente le perentorie richieste di Banca d’Italia sull’azzeramento del board dell’istituto. Alzando un muro che vuole ribadire l’autonomia decisionale di Montebelluna. </span>Il cda «fiume» di ieri, che aveva all’ordine del giorno non tanto il rinnovo di una parte del cda, quanto la nomina dell’intero consiglio di amministrazione, del collegio sindacale e del suo presidente, la nomina del collegio dei probiviri e la determinazione del numero dei componenti del cda – come si legge nel documento inviato ai soci dal presidente Flavio Trinca e pubblicato in Gazzetta Ufficiale giovedì scorso – avrebbe dovuto prevedere le dimissioni dei componenti del board, conditio sine qua non per le nomine elencate, e avrebbe dovuto approvare una lista di nomi nuovi da sottoporre all’assemblea dei soci il prossimo 26 aprile.</p>
<div>
<p>Lista, la cui esistenza è confermata dall’operazione di convincimento e silenzioso “arruolamento” attuata nei giorni scorsi dal presidente di Confindustria Treviso Alessandro Vardanega, nella quale comparirebbero nomi di imprenditori, professionisti, accademici, non solo veneti, e di Francesco Favotto, direttore del dipartimento di Economia dell’università di Padova, indicato come futuro presidente dell’istituto.<br />
Quello che è successo ieri, invece, alimenta il giallo sul futuro, o sull’epilogo, dell’attuale cda e in particolare dell’ad Vincenzo Consoli, e conferma da un lato l’acuirsi del rapporto negativo con la Banca d’Italia e dall’altro lo stallo in cui si trova Veneto Banca. L’ipotesi più plausibile è che la lista proposta dal cda e confezionata con l’aiuto di Vardanega venga presentata dieci giorni prima dell’assemblea come da statuto, quindi solo il 15 aprile, e che i componenti del board rassegnino le dimissioni solo in quella data, ma con valenza a partire dal 26 aprile, giorno dell’assemblea, per garantire l’operatività e la gestione della banca. A conferma di questo, la dicitura del secondo punto all’ordine del giorno dell’assemblea, che recita «nomina del consiglio di amministrazione».<br />
L’istituto continua comunque a lavorare sulla filosofia stand alone, cioé sull’ipotesi di completa autonomia rispetto a fusioni o aggregazioni (in particolare con la Popolare di Vicenza), ipotesi sostenuta dalle imprese del territorio, dai sindaci che hanno fatto quadrato attorno alla banca e anche dalla politica. «La banca – è stato ripetuto più volte dai vertici – è solida e ben patrimonializzata, l’aumento di capitale da 500 milioni che affianca la conversione del bond da 350, annunciato nel piano industriale (e presentato nei dettagli proprio ieri, ndr) lo confermano». «Il piano traccia le linee guida di un percorso con cui Veneto Banca si propone di rafforzare il proprio ruolo di gruppo bancario autonomo – si legge in una nota –, leader nei territori di elezione, capace di fornire servizi di qualità e di generare valore nel tempo per soci, clienti e dipendenti».<br />
Dai dettagli presentati ieri, emerge anche che l’istituto punta a raggiungere un utile netto di 221,9 milioni nel 2016 a fronte di un margine di intermediazione di 1,146 miliardi. Il 2013 per Veneto Banca si era chiuso con perdite per 96 milioni, un margine di intermediazione di 1 miliardo, un margine di interesse di 553 milioni e costi di gestione vicini ai 700 milioni. Inoltre, il consiglio di amministrazione ha fissato ieri il prezzo delle azioni da proporre alla assemblea a 39,50 euro, abbassandolo rispetto ai 42,50 euro attuali.</p>
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		<title>Ligresti, processo a Torino in bilico Una mail rimette in gioco Milano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo D.]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Mar 2014 10:59:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Assicurazione]]></category>
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					<description><![CDATA[Una differenza di 189 secondi nell’invio di una mail il 23 marzo 2011: poggia sulla sabbia di questo abbaglio orario&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Una differenza di 189 secondi nell’invio di una mail il 23 marzo 2011: poggia sulla sabbia di questo abbaglio orario la costruzione della competenza territoriale del Tribunale di Torino nei processi alla famiglia Ligresti per falso in bilancio Fondiaria Sai da 600 milioni di euro. Processi che, avviati in questi mesi, ora rischiano di essere celebrati a vuoto perché infine annullati dalla Cassazione per competenza milanese anziché torinese, con grande beffa per le migliaia di risparmiatori parti civili per 250 milioni di danni lamentati.<br />
Il processo principale a Salvatore Ligresti si sta tenendo a Torino perché qui pm e giudici hanno sinora ravvisato la competenza sull’altro e più grave reato di aggiotaggio attraverso il comunicato di Fondiaria Sai che il 23 marzo 2011 sottostimava le «riserve sinistri» per 500 milioni. Approvato a Milano dal cda di Fondiaria Sai, il comunicato fu immesso dalla sede Fonsai di Firenze alle 15.12 nella piattaforma «Nis-Network Information System» di Borsa Italiana che sta a Milano e che, decorsi i 15 minuti imposti dal regolamento Consob, alle 15.28 lo diffuse alle agenzie di stampa collegate al «Nis» .<br />
Dunque Tribunale di Milano competente? No, aveva obiettato il 30 gennaio scorso la IV sezione del Tribunale di Torino (presidente Giorgio Gianetti), qualificando l’aggiotaggio come reato di «mera condotta» integrato nel momento in cui c’è una «idonea messa a disposizione» della notizia finanziaria falsa non a un unico destinatario, ma a una pluralità di destinatari. Il Tribunale aveva perciò valutato che l’immissione del comunicato nel «Nis» di Borsa Italiana alle 15.12 avesse portato il dato falso a conoscenza di un unico soggetto, appunto Borsa Italiana; e che invece la comunicazione alla «pluralità di destinatari» fosse avvenuta soltanto con l’invio del comunicato alla mailing list dell’ufficio «Investor Relations» di Fonsai che aveva sede a Torino. A che ora? Imprecisata ma prima delle 15.28, cioè prima dell’ora in cui Borsa Italia diramò da Milano a tutto il mercato il comunicato che aveva ricevuto da Fonsai alle 15.12. Perché prima, un “prima” che radicava la competenza appunto a Torino? Perché i pm torinesi Gianoglio e Nessi, le parti civili come Unicredit e Mediobanca e Fonsai, e infine anche il Tribunale torinese il 30 gennaio, fondavano questo orario sul generico ricordo di un impiegato di Fonsai, Giancarlo Lana, seppure a oltre 2 anni dai fatti e benché egli stesso aggiungesse che a inviare materialmente la mail era stata la segretaria Roberta Albera.<br />
Due volte la difesa dei Ligresti aveva chiesto ai pm di Caselli di depositare o acquisire questa fondamentale mail per controllarne l’orario di invio, ma due volte si era sentita rispondere che la mail non risultava rinvenibile in tutta la posta elettronica di Fonsai sequestrata il 2 agosto 2012 (e peraltro residente su server non a Torino ma a Inverno in provincia di Pavia). E il Tribunale il 30 gennaio aveva argomentato che, seppur il «rarefatto» ricordo orario di Lana non fosse «sostenuto da alcun suffragio documentale», nemmeno era smentito da alcun altro atto, e quindi restava il mattone su cui comunque radicare l’edificio della competenza territoriale torinese.<br />
Ma mercoledì al processo al figlio Paolo Ligresti, davanti al gup Paola Boemio, ecco il colpo di scena: indagini difensive, e una consulenza informatica dell’ingegnere Antonio Barili, consentono all’avvocato Davide Sangiorgio di rintracciare la cruciale mail e dimostrare che l’invio operato dalla segretaria non avvenne alle 15.28, come asserito dal ricordo di Lana e come assunto sinora da pm e giudici, ma alle 15.31 e nove secondi: cioè tre minuti dopo che Borsa Italiana da Milano aveva sicuramente già dato compiuta diffusione del comunicato a tutto il mercato. La conseguenza è che, in base ai criteri enunciati il 30 gennaio dal Tribunale di Torino, competente non potrebbe più essere Torino ma Milano. E continuare questo e gli altri processi a Torino li caricherebbe di un pauroso rischio di annullamento poi in Cassazione. Questione talmente seria che la giudice Boemio si è presa tempo sino al 12 marzo per decidere .</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Bpm, Annunziata è in bilico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Deborah]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Apr 2013 12:18:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Banca]]></category>
		<category><![CDATA[Annunziata]]></category>
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		<category><![CDATA[Bpm]]></category>
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					<description><![CDATA[Alla vigilia del consiglio di sorveglianza della Banca Popolare di Milano, in agenda domani, il presidente Filippo Annunziata sta pensando&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Alla vigilia del consiglio di sorveglianza della Banca Popolare di Milano, in agenda domani, il presidente Filippo Annunziata sta pensando alle dimissioni. Per l&#8217;istituto di piazza Meda sono ore cruciali: a un anno e mezzo dall&#8217;uscita di Ponzellini, successivamente indagato ed arrestato, e dall&#8217;arrivo della cordata Mediobanca-Bonomi, l&#8217;equilibrio è di nuovo saltato. Ora la posta in palio è la trasformazione in spa, con l&#8217;azzeramento finale di ogni legame con il passato. E tra la lista di soci-dipendenti che ha occupato il cds e il consiglio di gestione guidato da Andrea Bonomi, ideatore del progetto spa, si è formato un solco sempre più profondo: la resa dei conti è vicina.<br />
Le pressioni su Annunziata, in corso da tempo, sono andate aumentando in questi ultimi giorni, specie dopo che si è saputo, tramite il Corriere della Sera, che la procura di Milano lo ha indagato per false dichiarazioni ai pm nell&#8217;ambito dell&#8217;inchiesta Bpm-Bplus. Ma la posizione di Annunziata all&#8217;interno della banca è diventata via via più difficile anche dopo una serie di incidenti interni, che si sono sovrapposti all&#8217;inchiesta di cui sopra, nell&#8217;ambito della quale i pm milanesi Roberto Pellicano e Mauro Clerici, ipotizzano che gli ex vertici della banca riescano ancora ad avere influenza sull&#8217;istituto, anche tramite l&#8217;agire del cds.<br />
Quindi i fronti sono due. Per quanto riguarda quello societario, Annunziata è finito nel mirino dell&#8217;organismo di vigilanza interno, presieduto da Gherardo Colombo. Il problema riguarda uno sconfinamento continuato, relativamente a un fido ricevuto dalla banca. Le conclusioni dell&#8217;ispezione di Colombo, messe per iscritto in una relazione della metà del marzo scorso, hanno richiamato l&#8217;articolo 136 del Testo unico bancario (sulla disciplina delle obbligazioni che gli esponenti bancari contraggono con il loro istituto), che prevede pene severe e, di conseguenza, la segnalazione all&#8217;autorità giudiziaria. Sulla questione Bonomi, che come presidente del cdg condivide le conclusioni di Colombo, a fine marzo ha chiesto ufficialmente al cds quali fossero le iniziative che avrebbe intrapreso. Ma la cosa, secondo quanto ricostruito dal Giornale, si è fermata lì, non avendo il cds comunicato al cdg ulteriori sviluppi. Al punto che lo stesso Bonomi ne ha chiesto conto proprio qualche giorno fa scrivendo sia ad Annunziata, sia ai vicepresidenti del cds Giuseppe Coppini e Umberto Bocchino, che avrebbero consigliato ad Annunziata di restare al suo posto per evitare scossoni al cds. Ma non è tutto.<br />
Per Annunziata una nuova «trappola» è scattata il 4 aprile scorso, quando i consiglieri Maurizio Cavallari, Ruggiero Cafari Panico ed Enrico Castoldi hanno presentato al cds la loro «idea per salvare l&#8217;anima della cooperativa Bpm». In altri termini un progetto alternativo a quello della spa.<br />
Secondo le cronache del giorno stesso e dell&#8217;indomani, il progetto è stato esaminato dal cds. Ma questo (assimilato, nel sistema dualistico, al collegio sindacale), non avrebbe alcuna competenza su un progetto industriale. L&#8217;iniziativa andava segnalata alla Banca d&#8217;Italia come prevede l&#8217;articolo 52 dello stesso «Tub»: questa, almeno, è la posizione dei legali della Bpm e di Bonomi, che l&#8217;ha esplicitata con una lettera indirizzata ad Annunziata il 5 aprile. Il presidente del board di controllo avrebbe risposto qualche giorno dopo, minimizzando l&#8217;accaduto. Ma il tema resta caldo e potenzialmente in grado di avere nuovi sviluppi.<br />
In realtà sulla tenuta di Annunziata si gioca una partita più ampia, che è quella dei rapporti di forza nel cds, ovvero dei sindacati interni al gruppo, decisivi nel determinare gli equilibri delle prossime assemblee: quella del 27 sul bilancio e quella del 22 giugno sull&#8217;aumento di capitale da 500 milioni e la spa. La lista capitanata dal presidente, eredità degli ex «Amici», ha appena perso un altro pezzo con le dimissioni di Giovanni Bianchini della settimana scorsa. Ulteriori scossoni accelererebbero di certo nuovi cambiamenti.</p>]]></content:encoded>
					
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