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	<title>coinvolti - Notiziario Finanziario - Notizie Banche Italiane Assicurazioni</title>
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	<title>coinvolti - Notiziario Finanziario - Notizie Banche Italiane Assicurazioni</title>
	
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		<title>Le aziende in crisi sono troppe, i lavoratori coinvolti corrono il rischio di perdere il lavoro o di finire in cassa integrazione guadagni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Deborah]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Nov 2019 13:15:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie del Momento]]></category>
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					<description><![CDATA[Da quando lo Stato ha rinunciato a fare l’imprenditore e i governi che si sono succeduti hanno pensato che le&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Da quando lo Stato ha rinunciato a fare l’imprenditore e i governi che si sono succeduti hanno pensato che le soluzioni fossero la globalizzazione, il libero mercato e la privatizzazione di interi settori produttivi, le condizioni sociali ed economiche delle classi subalterne sono peggiorate ed abbiamo assistito al trasferimento di ricchezza da queste ultime verso le elites.</p>
<p>Siamo in presenza di una nuova rivoluzione industriale che, proprio come è successo in passato, sta lasciando sul terreno sociale morti e feriti. A differenza di quanto succedeva in passato, quando il ceto politico pur assecondando gli interessi delle elites guidava comunque i processi, oggi si limita solo ad assecondare le trasformazioni economiche e sociali evitando accuratamente di intervenire. Le aziende in crisi sono tante, troppe, i lavoratori coinvolti sono, da alcune stime, 210.000 e molti di loro corrono il rischio di perdere il lavoro o di languire in cassa integrazione per anni senza nessuna prospettiva.</p>
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<p>Il caso Arcelor – Mittal appare il più dirompente per diverse ragioni ma non è l’unico caso. Il forte impatto mediatico è da ricercare in diverse cause. La prima è che la questione sembrava risolta, la seconda è per l’alto numero di lavoratori interessati, la terza è che la crisi dell’ILVA investe l’intero settore dell’industria siderurgica nazionale che equivale a qualcosa come l’1,4% del PIL nazionale. Arcelor – Mittal recede dal contratto non perché è venuto meno il cosiddetto “scudo penale” &#8211; solo dei media servili possono continuare a sostenere una cosa di questo genere &#8211; ma a causa dell’alto numero di lavoratori, per l’Arcelor – Mittal il 50% delle maestranze, in esubero, e di tutta una serie di norme da rispettare a difesa dei lavoratori e dell’ambiente.</p>
<p>Le multinazionali come la Arcelor – Mittal sono abituate ad operare in contesti dove diritti dei lavoratori e tutela dell’ambiente sono ignorati. Per capirlo è sufficiente dare una scorsa rapida ai vari studi che riguardano le condizioni dei lavoratori e dell’ambiente in Paesi in forte sviluppo industriale come l’India o la Nigeria. Il caso ILVA non è l’unico. Sono anni che assistiamo alla chiusura di stabilimenti industriali. Molte delle aziende chiudono non perché improduttive ma perché le norme a difesa dei lavoratori sono tali che non consentono al management aziendale di realizzare profitti tali da garantire ad essi e agli azionisti lauti guadagni. La desertificazione di aree un tempo occupate da impianti industriali sono una costante nell’Italia post moderna e post industriale.</p>
<p>Gli effetti dei processi di deindustrializzazione si ripercuotono su tutto il sistema sociale ed economico; ne sono prova la progressiva chiusura di piccole attività commerciali ed artigianali dovute alla contrazione della domanda. Sono queste le attività che per anni hanno costituito l’indotto del sistema industriale. Ciò che oggi manca è lo Stato, non perché non vi sia più ma perché da essere Stato sociale e democratico capace di governare i processi in nome dell’interesse collettivo è diventato lo Stato regolatore che interviene a favore di oligopoli e monopoli. Mai come nel contesto attuale, per dirla con Marx, lo Stato è sempre di più Stato di classe e quindi strumento attraverso il quale le elites egemonizzano il popolo. Se riflettiamo sulla storia dello sviluppo economico dell’Italia scopriamo che anche quando lo Stato liberale era schierato a tutela degli interessi proprietari difendeva comunque l’interesse nazionale. Solo per inciso l’industria siderurgica nazionale nasce per volere dei governi della Sinistra storica a partire dagli anni 80 del XIX secolo con la nascita delle acciaierie di Terni. Nasce ad opera di privati ma sono le commesse pubbliche quindi lo Stato che ne garantisce lo sviluppo. Ciò accadeva perché l’interesse nazionale coincideva con l’interesse della nascente borghesia industriale. I grandi nomi dell’industria italiana: Falk, Pirelli, Agnelli, Bastogi, Carlo Erba,Ducati, solo per citarne alcuni, nascono e si affermano grazie a precise politiche industriali dei governi di quell’epoca. Questo vale per il sistema industriale ma anche per il sistema bancario. Come si evince dagli studi condotti da storici, sociologi ed economisti non c’era analisi costo/benefici capace di frenare in qualche modo il processo di industrializzazione che portò tra la fine dell’800 e i primi del 900 al “decollo industriale” del nostro Paese. Il sovrapporsi tra interesse nazionale e interesse della borghesia industriale è durato in Italia fino alla fine della c.d. prima repubblica. Il ruolo che lo Stato ha avuto per lo sviluppo industriale del Paese e la crescita economica e sociale delle classi popolari è ben rappresenta dalla funzione assunta dall’IRI negli anni ‘60 sotto la guida di Giuseppe Petrilli. Secondo la teoria degli “oneri impropri”, elaborata dallo stesso Petrilli, l’IRI utilizzava le imprese per finalità sociali con lo Stato che si faceva carico dei costi e delle diseconomie generati dagli investimenti, il che significava che l’IRI non seguiva necessariamente criteri imprenditoriali, investiva secondo quelli che erano gli interessi della collettività tali attività producevano “oneri impropri”, ossia investimenti antieconomici. Tale teoria ancor prima di essere codificata da Petrilli ha sempre operato in funzione dell’interesse nazionale e come dicevo della nascente borghesia industriale italiana. Questo sistema è venuto meno con il “crollo del muro di Berlino”, ricordato in questi giorni con tanta enfasi, aprendo la nostra economia alla Globalizzazione. Con la globalizzazione gli interessi della borghesia industriale italiana non hanno più coinciso con l’interesse nazionale. Con la globalizzazione la borghesia nazionale non ha più chiesto la protezione dello Stato. Come hanno dimostrato le inchieste di Tangentopoli la richiesta della protezione pubblica avveniva anche attraverso il finanziamento della politica. Le grandi famiglie della borghesia industriale italiana hanno preferito investire i capitali in speculazione finanziaria, delocalizzare gli impianti in aree con manodopera a basso costo, cedere partecipazioni azionarie a società straniere per poter disporre di nuovi capitali o semplicemente per realizzare maggiori profitti attraverso operazioni finanziarie o cedere le proprie aziende come è accaduto a marchi di fabbrica che per decenni hanno dato lustro al nostro sistema industriale. La cessione di parti sempre più importanti della nostra industria ha coinvolto tanto le aziende private quanto quelle pubbliche. Oggi non solo non esiste più l’IRI ma anche molti dei colossi industriali un tempo integralmente di proprietà dello Stato, dopo essere stati trasformati in SpA, sono stati messi sul mercato per cui di pubblico hanno poco o nulla. Venuto meno il sovrapporsi dell’interesse della borghesia imprenditoriale con l’interesse nazionale, lo Stato è diventato un peso, la politica se non funzionale agli interessi sovranazionali del capitale solo un inutile orpello, la funzione sociale della proprietà come recita l’art. 42 della Costituzione viene interpretata in chiave liberale come certificano le sentenze di alcuni tribunali per cui l’interesse sociale da tutelare è quello degli azionisti e non più quelli collettivi. L’apertura del sistema economico alla globalizzazione ha avuto come effetto i processi di deindustrializzazione ai quali stiamo assistendo. E’ del tutto evidente che la multinazionale che rileva l’ILVA fa un’operazione che mira a far crescere il valore delle proprie azioni e non certamente a tutelare i livelli occupazionali o a fare investimenti per la bonifica ambientale. Stesso discorso vale per l’Auchan o per coloro che mostrano interesse verso l’Alitalia. L’analisi costo/benefici non viene più fatta attraverso una valutazione limitata all’ambito ristretto rappresentato dal mercato dello Stato nel quale si opera. La valutazione viene fatta a livello globale per cui la funzione che un tempo svolgeva la politica e cioè si di assecondare e favorire gli interessi delle classi dominanti nazionali ma nel contempo di salvaguardare l’interesse nazionale oggi non è più possibile. Rispetto allo strapotere di una oligarchia finanziaria ed economica globalizzata, che non riconosce i confini nazionali che anzi li considera come strumenti che si oppongono alla realizzazione di profitti sempre maggiori, le classi politiche degli Stati nazionali, Italia compresa come provano i fatti, si adattano ad assecondare la logica del mercato e del profitto operando sugli unici fattori sui quali possono ancora influire e cioè lavoro e spesa pubblica. Su entrambi si interviene allo stesso modo. Si riducono diritti e salari dei lavoratori in egual misura si riduce la spesa pubblica. Entrambe le operazioni vengono fatte giustificandole con la necessità di favorire gli investimenti privati per vedere crescere il PIL. L’affaire ILVA dice, in conclusione, una sola cosa e cioè che l’avversario da combattere, in primo luogo sul piano della cultura politica, è il Liberalismo, ideologia nelle mani delle elites globalizzate, funzionale ad una idea di libertà individuale che ha come unico scopo quello di tutelare la libertà delle elites contro il popolo .</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>La Campania è la quarta regione per numero di dipartimenti universitari coinvolti nella green economy</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo D.]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Dec 2016 14:38:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Normativa]]></category>
		<category><![CDATA[Campania]]></category>
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					<description><![CDATA[Le aziende del settore energetico sono 1.496 e il settore dell&#8217;energia è quello che ha il maggior numero di start&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p id="yui_3_9_1_1_1482158024369_1029" class="first">Le aziende del settore energetico sono 1.496 e il settore dell&#8217;energia è quello che ha il maggior numero di start up e spin off dopo Ict. E&#8217; anche una regione dove innovazioni tecnologiche nel settore delle fonti rinnovabili e delle smartgrid, la collocano in una posizione di eccellenza e competitività europea ed internazionale.</p>
<p>Prodotti innovativi si preparano a conquistare nuove fette di mercato rappresentando una novità assoluta nel panorama nazionale. Come per esempio le tecnologie per il recupero e il riciclo dei moduli fotovoltaici, una novità assoluta che pensa al ciclo di vita dei prodotti, oppure i laboratori per testare prototipi, alcuni dei risultati delle attività del Distretto campano per l&#8217;energia Smart Power Sistem. E&#8217; quanto è emerso nel corso dell&#8217;evento &#8220;Energia. La Campania che innova si racconta&#8221;, realizzato dal distretto presso l&#8217;Università di Napoli &#8220;Federico II&#8221;-Scuola Politecnica e delle Scienze di Base Sede di Ingegneria.</p>
<p id="yui_3_9_1_1_1482158024369_1345">Oltre 28 milioni di euro per la realizzazione di 4 progetti sviluppati nell&#8217;ambito del Pon ricerca e competitività 2007/2013 e 0,70 mln di euro di progetti sviluppati nell&#8217;ambito delle azioni di internazionalizzazione, 25 imprese tra cui il gruppo Getra, Ansaldo Energia, Enel, Terna, 4 Università e 2 enti pubblici di ricerca, Cnr ed Enea. Questi i numeri del distretto Smart Power System, una piattaforma strategica in cui convergono, conoscenze, tecnologie, produzioni, prodotti e servizi per il consolidamento competitivo del territorio regionale. Il distretto opera in quattro linee di sviluppo: Smart Grid e Laboratorio Metrologico, Valorizzazione Energetica di Biomassa e Residui, Fonti Rinnovabili, Micro Grid Ibride.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>MetLife solleva i propri assicurati coinvolti dal sisma dall’obbligo di pagamento dei premi per 12 mesi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea M.]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Oct 2016 14:52:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Assicurazione]]></category>
		<category><![CDATA[assicurati]]></category>
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					<description><![CDATA[Le polizze verranno, quindi, mantenute attive senza obbligo di pagamento di alcun premio o rata di premio, eventualmente previsto, fino&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Le polizze verranno, quindi, mantenute attive senza obbligo di pagamento di alcun premio o rata di premio, eventualmente previsto, fino a settembre 2017.</p>
<p>Tutti i sinistri legati al sisma, inoltre, godono già di una procedura di evasione accelerata con gestione prioritaria della richiesta.</p>
<p>Gli assicurati possono rivolgersi all’indirizzo email <a href="mailto:emergenzaterremoto@metlife.it" target="_blank">emergenzaterremoto@metlife.it</a>, creato dalla compagnia per la gestione esclusiva delle richieste legate al terremoto del centro Italia.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Buone notizie per i risparmiatori italiani coinvolti nel default argentino del 2001</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea M.]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Jul 2016 19:37:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Investimenti]]></category>
		<category><![CDATA[argentino]]></category>
		<category><![CDATA[Buone]]></category>
		<category><![CDATA[coinvolti]]></category>
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		<category><![CDATA[risparmiatori]]></category>
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					<description><![CDATA[Sono arrivati i pagamenti diretti per tutti gli obbligazionisti italiani coinvolti nel crack e tutelati dalla Task Force Argentina costituita&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sono arrivati i pagamenti diretti per tutti gli obbligazionisti italiani coinvolti nel crack e tutelati dalla Task Force Argentina costituita dall’ABI, come previsto dal recente accordo di rimborso con il Governo di Buenos Aires. Lo comunica il Presidente della Tfa, Nicola Stock, dichiarandosi pienamente soddisfatto per la conclusione di una vicenda a beneficio dei risparmiatori italiani.<span id="more-106098"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sulla base dell’Accordo con l’Argentina i 50.000 risparmiatori italiani hanno ricevuto il pagamento di un importo pari al 150% del valore nominale originario delle obbligazioni in default.</strong> La media dei pagamenti ruota attorno ai <strong>25.000 euro</strong> così ripartite geograficamente secondo le analisi in via di completamento:</p>
<ul>
<li>72% Nord;</li>
<li>22,4% Centro;</li>
<li>5,6% Sud.</li>
</ul>
<p>La classe di età maggiormente coinvolta tra i 56 ed i 65 anni.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Stabilisci gli obiettivi, stimola la creatività e le collaborazioni tra gli attori coinvolti nel tuo business</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Deborah]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Apr 2016 16:36:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[attori]]></category>
		<category><![CDATA[Business]]></category>
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		<category><![CDATA[COLLABORAZIONI]]></category>
		<category><![CDATA[creatività]]></category>
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		<category><![CDATA[stimola]]></category>
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					<description><![CDATA[Questi sono i tre segreti per avere successo nella open innovation secondo le multinazionali americane che raccontano a Forbes tutti i benefici&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Questi sono i tre segreti per avere successo nella open innovation secondo le multinazionali americane che raccontano a Forbes tutti i benefici dalla scelta di collaborare con le startup.</p>
<p>«La prima cosa è sapere cosa vuoi raggiungere» spiega Alexis Bonnell di USAID, l’Agenzia governativa per lo sviluppo internazionale che ha attivato dei programmi, come il Global Development Lab, per facilitare la cooperazione tra aziende e trovare soluzioni alle grandi sfide dell’umanità: «Quando abbiamo affrontato l’epidemia di ebola, avevamo bisogno di nuove soluzione e abbiamo creato una call per idee che tutelassero la salute dei lavoratori. In due mesi abbiamo ricevuto 1.500 idee e così è stato possibile collaborare con partner in ogni parte del mondo da una grande varietà di settori. Ma la chiave è stata proprio trovare un terreno comune su cui lavorare».</p>
<p>Dello stesso parere Carlos Barroso di Campbell Soup, multinazionale dell’industria conserviera: «Si parte sempre da una definizione dei problemi. Una chiarezza che aiuta l’innovazione» spiega a Forbes.</p>
<p>«Una volta capito il problema, bisogna fare un passo indietro e lasciare che le idee e soluzioni emergano» spiega Jeremy Gilman di DMI società di consulenza sui business mobile: «Bisogna creare spazi di confronto e partecipazione tra attori diversi nel business. Solo così nasce l’innovazione» spiega.</p>
<p>Mentre Barroso evidenzia come spesso gli aspetti burocratici nel rapporto tra big company e startup possano sfavorire la creatività: «Proteggere legalmente la propria azienda è fondamentale, ma sempre in un contesto in cui è la creatività a governare. Conosco avvocati che non permetterebbero mai a un ricercatore di discutere con un manager di una società prima di avere firmato delle carte. Le relazioni tra persone sono importanti, prima delle normative» dichiara.</p>
<p>È quello che fa la Bayer, la multinazionale chimica e farmaceutica che ha creato un incubatore per startup, Xcell Biosciences: «Abbiamo creato dei progetti da realizzare in sei mesi per le nostre startup nell’incubatore. Dopo un mese molte di loro avevano già completato i loro compiti perché erano riuscite ad accelerare i processi di validazione del lavoro collaborando con partner diversi. In questo modo, una big company può beneficiare non solo di forze interne, ma anche dell’immenso patrimonio di ricerche che esiste all’esterno» spiega la manager Chris Haskell.</p>
<p>Anche Barroso è dello stesso avviso: «Bisogna coinvolgere tutti gli attori del business, distributori, dipendenti, esperti del settore. Solo così potrai beneficiare di soluzioni che non avresti neanche immaginato».</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>900 lavoratori coinvolti nella crisi delle 4 Banche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo D.]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Feb 2016 09:30:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Banca]]></category>
		<category><![CDATA[Banche]]></category>
		<category><![CDATA[coinvolti]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8221; Nelle quattro banche in risoluzione gli accordi sindacali aziendali hanno gestito l’uscita, su base volontaria e con accompagnamento alla pensione,&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8221; Nelle quattro banche in risoluzione gli accordi sindacali aziendali hanno gestito l’uscita, su base volontaria e con accompagnamento alla pensione, di circa 900 lavoratori&#8221;, ha riferito il responsabile delle relazioni sindacali dell’Abi, Giorgio Mieli, nel corso dell’audizione davanti alle commissioni Finanze e Lavoro della Camera.</p>
<p>Nei quattro istituti, ha aggiunto,</p>
<p>“sono stati raggiunti rilevanti accordi sindacali attraverso i quali è stata individuata la strumentazione per la gestione degli esuberi e per il contenimento del costo del lavoro. Anche se”, ha sottolineato, “in ogni caso, la nuova proprietà degli Istituti potrà decidere, ovviamente in piena autonomia, se e come utilizzare anche in futuro tale strumentazione”.</p>
<p>Tra le misure utilizzate Mieli ha citato</p>
<p>“il responsabile ricorso anche alla solidarietà difensiva che ha permesso la sostenibilità delle misure adottate e ridotto sensibilmente il numero degli esuberi risultante dai processi di riorganizzazione”.</p>
<p>Il rappresentante dell’Abi ha quindi fatto rilevare, che</p>
<p>“pur in un contesto mediatico non favorevole e caratterizzato da profili di assoluta novità e delicatezza, il 28 gennaio 2016 è stato sottoscritto un accordo sindacale tra le quattro aziende e le organizzazioni sindacali con il quale le parti si sono date atto che nelle nuove banche continuano a trovare applicazione ed esecuzione a ogni conseguente effetto, anche successivamente al 22 novembre 2015, senza soluzione di continuità, i contratti collettivi nazionali di lavoro nonché gli accordi sindacali già in essere alla data di trasferimento delle aziende”.</p>]]></content:encoded>
					
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		<item>
		<title>I sindacati chiedono ai vertici di Bpm di essere coinvolti nel risiko interno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo D.]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2015 08:25:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Banca]]></category>
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					<description><![CDATA[In una nota diffusa ieri, il segretario della Fabi Lando Sileoni chiama in causa direttamente «il presidente del Comitato di&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In una nota diffusa ieri, il segretario della Fabi Lando Sileoni chiama in causa direttamente «il presidente del Comitato di Sorveglianza (Piero Giarda, ndr) e l’amministratore delegato di Bpm (Giuseppe Castagna, ndr)» che «sono stati eletti e nominati dall’assemblea dei soci e dal comitato di sorveglianza dell’istituto e i diretti interessati non devono mai dimenticarlo». Sileoni boccia sul nascere «iniziative individuali grottesche e quindi incomprensibili» sul futuro di Bpm. Un riferimento indiretto forse alle indiscrezioni di stampa sulla possibile nomina di un Cds temporaneo in vista della trasformazione di Spa. Il sindacalista chiede «chiarezza sul presente e sul futuro» di Bpm con il «coinvolgimento di tutte le associazioni interne ed esterne all’Istituto». «La Fabi – prosegue la nota – intende agire unitariamente con tutte le organizzazioni sindacali, nessuna esclusa, e vuole confrontarsi con lealtà e trasparenza con le associazioni dei soci dipendenti e con gli altri stakeholder che hanno fatto grande la Bpm». Secondo Sileoni «il silenzio assordante dei vertici e talune iniziative individuali ‘grottesche’, quindi incomprensibili, di questo o quel personaggio nascondono probabilmente soltanto l’obiettivo primario di qualcuno di ricollocarsi professionalmente». «Da oggi, pertanto – conclude – osserveremo con una particolare lente d’ingrandimento, censurandole pubblicamente, quelle iniziative che non guardano al bene e al futuro» di Bpm.<br />
Sulla stessa lunghezza d’onda il segretario generale della Fisac Cgil, Agostino Megale. Secondo il leader della categoria dei lavoratori del credito della Cgil«non servono e sono sbagliate iniziative unilaterali del management di Bpm che non diano priorità e valorizzazione al ruolo dei lavoratori e al progetto per il futuro della banca stessa, a partire dalla trasformazione della Popolare di Milano in Spa e delle future aggregazioni». Per Megale «serve un piano, un progetto chiaro e condiviso dall’insieme dei lavoratori e dai soci».</p>]]></content:encoded>
					
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