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	<title>RAPPORTO - Notiziario Finanziario - Notizie Banche Italiane Assicurazioni</title>
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	<title>RAPPORTO - Notiziario Finanziario - Notizie Banche Italiane Assicurazioni</title>
	
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		<title>Il rapporto tra l’indice azionario Eurostoxx50 e il suo indice della volatilità Vstoxx è giunto su livelli estremi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo D.]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Mar 2020 11:21:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Investimenti]]></category>
		<category><![CDATA[estremi]]></category>
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					<description><![CDATA[In teoria qualche timido acquisto per cercare di sfruttare un rimbalzo potrebbe anche starci ma la mia impressione è che&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In teoria qualche timido acquisto per cercare di sfruttare un rimbalzo potrebbe anche starci ma la mia impressione è che non siamo ancora giunti al termine di questa fase di debolezza dei mercati.</p>
<p>Fino a quando la diffusione del virus non sarà chiara e fino a quando non saranno definiti i contorni del &#8220;danno economico&#8221;, temo che sul mercato ci sarà ancora incertezza, debolezza e volatilità.</p>
<p>I mercati odiano infatti l&#8217;incertezza ed amano le certezze, anche se spiacevoli, poiché sono in grado di &#8220;prezzarle&#8221; e di ridefinire le nuove aree di valore dei singoli asset.</p>
<p>Purtroppo gli eventi di difficile ponderazione, come la diffusione di un virus, sono difficilmente inquadrabili dagli operatori e, di conseguenza, invitano gli operatori a vendere oppure a stare alla finestra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’impatto sull’economia sarà chiaro solo quando inizieranno ad uscire i dati delle trimestrali e i dati macro economici degli stati, in particolare della Cina.</p>
<p>Il timore degli operatori ha infatti un nome ben preciso, si chiama “recessione”.</p>
<p>Se i prossimi dati dimostreranno che non ci sarà una recessione globale o un forte rallentamento Usa, i mercati potrebbero anche trovare un’area di stabilità da cui cercare di ripartire, altrimenti temo che assisteremo ad un movimento ribassista più ampio sia in termini percentuali che temporali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il quadro potrebbe mutare in caso di intervento diretto da parte delle banche centrali ma su questo punto, ci aggiorneremo quando ci saranno novità&#8230;stay tuned!</p>
<p>&nbsp;</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>In Italia la spesa per ricerca e sviluppo migliora in misura insufficiente in rapporto al prodotto interno lordo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo D.]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Oct 2019 09:36:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[insufficiente]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;Italia è posizionata in fondo alla classifica delle nazioni europee, in relazione al rapporto tra investimenti in ricerca e sviluppo&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="post_content">
<p>L&#8217;Italia è posizionata in fondo alla classifica delle nazioni europee, in relazione al rapporto tra investimenti in ricerca e sviluppo e prodotto interno lordo. Dopo la flessione del biennio 2014-15, sono in ripresa anche gli stanziamenti del Miur agli enti pubblici di ricerca, passati da 1.572 milioni nel 2016 a 1.670 milioni nel 2018: il Cnr, in particolare, ha ottenuto nel biennio un incremento da 555 milioni a 602 milioni. Si conferma il quadro positivo del saldo commerciale tecnologico e dei brevetti e della produzione scientifica dei nostri ricercatori.</p>
<h5>RICERCA E SVILUPPO: LA RELAZIONE CNR 2019</h5>
<p>I dati emergono dalla Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia 2019, un rapporto contenente analisi e dati di politica della scienza e della tecnologia, che il Cnr mette a disposizione di governo, Parlamento e opinione pubblica.</p>
<p>La quota dei ricercatori in rapporto alla forza lavoro, pur rimanendo ben al di sotto di quella degli altri Paesi europei e distanziandosi ancora di più dalla media Ue, è costantemente cresciuta nell’ultimo decennio. Dal 2005 al 2016 i ricercatori sono aumentati di circa 60.000 unità. La crescita più rilevante si è registrata nelle imprese private: i dati più recenti mostrano una tendenza che avvicina questo settore per numero di ricercatori all’università. Quest’ultima rimane ancora l’area maggiore, con 78.000 addetti contro i 72.000 delle imprese, ma nell’università il numero complessivo è pressoché stazionario. Anche gli enti pubblici di ricerca hanno registrato una crescita sensibile nel corso degli ultimi 10 anni, giungendo a circa 29.000 ricercatori, oltre il 15% del totale. Molto rilevante la quota di assegnisti: sono più del 20% dei ricercatori nelle università, e addirittura il 25% negli enti.</p>
<h5>RICERCA E SVILUPPO: SI RIDUCE (POCO) IL GAP DI GENERE</h5>
<p>Si rileva inoltre un progressivo aumento delle ricercatrici e, secondo le proiezioni, entro il 2025 il divario di genere potrebbe pressoché scomparire nelle istituzioni pubbliche e ridursi drasticamente nelle università, mentre nelle imprese sembra rimanere sostanzialmente immutato. Tuttavia, queste proiezioni non considerano la progressione di carriera, che tuttora penalizza le donne.</p>
<p>Confrontando l’età dei ricercatori, la Relazione evidenzia come nell’università italiana gli over 50 superano la metà dei docenti, mentre nel Regno Unito e in Francia sono, rispettivamente, il 40% e il 37%. L’età media dei docenti italiani è di quasi 49 anni e quella dei ricercatori negli Enti pubblici di ricerca è di 46. I ricercatori nelle imprese private hanno un’età inferiore, pari a 43 anni. Il fenomeno, correlato al generale invecchiamento della popolazione italiana, testimonia anche la difficoltà di effettuare nel settore pubblico un reclutamento ordinario basato su una programmazione di lungo periodo. Secondo le proiezioni, in assenza di politiche strategiche di lungo periodo, l’età media dei ricercatori continuerà ad aumentare in tutti i comparti.</p>
<h5>PRODUZIONE SCIENTIFICA IN CRESCITA</h5>
<p>Per quanto riguarda la produzione scientifica, si conferma il quadro positivo della precedente Relazione: la comunità dei ricercatori italiani produce una quantità di pubblicazioni significativa e in crescita: sia come quota mondiale (quasi il 5% nel 2018), sia per qualità, attestata dalle citazioni medie ricevute per pubblicazione che nel biennio 2017-18 sfiorano l’1,4. Una produzione scientifica analoga a quella della Francia, la quale però conta su un numero di ricercatori più elevato rispetto al nostro Paese.</p>
<h5>FINANZIAMENTI UE: ITALIA DISTANTE DAI GRANDI PAESI MEMBRI</h5>
<p>L’Italia continua a partecipare attivamente ai Programmi Quadro Europei, compreso Horizon 2020, e nel primo triennio del programma europeo settennale in corso ha ottenuto l’8,7% dei finanziamenti: una quota che resta distante da quella dei finanziamenti ottenuti dai maggiori Paesi europei quali Germania (16,4%), Regno Unito (14,0%) e Francia (10,5%). Il saldo tra la cifra che il Paese versa per i Programmi Quadro dell’Ue a 28 e quella che riesce ad ottenere è purtroppo negativo: l’Italia, infatti, concorre con il 12,5% al bilancio complessivo e intercetta l’8,7% delle erogazioni. Il risultato è dovuto in parte al minor numero di ricercatori presenti in Italia e in parte al tasso di successo dei progetti coordinati dal nostro Paese, pari al 7,5% a fronte di una media di Horizon 2020 del 13%.</p>
<h5>NECESSARIE POLITICHE STRATEGICHE</h5>
<p>“Ci sono margini di miglioramento che rendono necessario perseguire politiche strategiche. Per aumentare il tasso di ritorno dell’investimento europeo, occorre pensare a sostegni amministrativi, ad incentivi per chi presenta domande, favorendo la collaborazione pubblico-privato e l’innovazione, e coinvolgendo maggiormente idee e proposte dei giovani ricercatori”, osservano Daniele Archibugi e Fabrizio Tuzi, ricercatori Cnr tra gli autori della Relazione.</p>
<p>La necessità di un miglioramento delle prestazioni arriva anche dall’analisi di altri fronti. Per quanto riguarda l’entità del public procurement, cioè gli appalti pubblici, i dati evidenziano effetti marginali: gli avvisi relativi al settore ricerca e sviluppo sono 6 ogni mille gare bandite, mentre nel Regno Unito sono 10 su mille e in Germania 8 su mille.<br />
Per il saldo commerciale nell’alta tecnologia, nell’ultimo decennio il segno è rimasto negativo, anche se il deficit registrato dall’Italia è diventato meno rilevante, attestandosi nel 2018 su meno 4 miliardi di dollari. I brevetti depositati ogni 100.000 abitanti hanno mostrato un incoraggiante miglioramento: 6,7% nel 2016; 7,2% nel 2018; ma i brevetti italiani continuano, tuttavia, ad essere solo il 2,52% sul totale mondiale.</p>
</div>
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		<title>Il rapporto tra Arte, Fisco e Diritto sarà al centro del convegno organizzato dall’Ordine dei Dottori Commercialisti di Vicenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea M.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Oct 2019 12:36:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L&#8217;evento si terrà giovedì 3 ottobre 2019 dalle 14,30 alle 18,30 nella Sala Convegni dell’Ordine Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;evento si terrà giovedì 3 ottobre 2019 dalle 14,30 alle 18,30 nella Sala Convegni dell’Ordine Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili in Contrà del Monte, 13 a Vicenza.</p>
<p>Dopo i saluti di Margherita Monti presidente dell’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Vicenza e di Alessandro Moscatelli presidente dell’Ordine degli Avvocati di Vicenza, seguiranno le relazioni su: “Che cosa significa collezionismo oggi” a cura di Adriana Polveroni direttrice artistica di ArtVerona, docente di Museologia del Contemporaneo presso l’Accademia di Belle Arti di Brera e curatrice; “I contratti per la circolazione delle opere d’arte ed il diritto di seguito. Il valore dei certificati di autenticità” a cura di Alessandra Donati professore di diritto comparato dei contratti presso la facoltà di giurisprudenza di Milano-Bicocca; “La tutela penale dell’opera d’arte” a cura di Marco Grotto – ricercatore di diritto penale presso la facoltà di giurisprudenza di Trento; “Arte e fiscalità” a cura di Carlotta Bedogni dottore commercialista in Vicenza, consigliere ODCEC, Partner BK Professionale S.t.p. e consigliere BK Trust SRL; “La successione ereditaria del collezionista d’arte” a cura di Giovanni Cristofaro partner studio legale Chiomenti, responsabile della business unit wealth management.</p>
<p>I lavori saranno moderati da Novelio Furin partner studio legale Furin-Grotto.</p>
<p>L’evento gratuito. Sono riconosciuti i crediti formativi per la formazione professionale continua di avvocati e commercialisti.</p>
<p>Per informazioni ed iscrizioni: info@studiolegalefuringrotto.it</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Consat propone ai propri soci consulenza tecnica per ottimizzare il rapporto efficienza/prezzo degli strumenti di lavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea M.]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Mar 2019 16:47:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie del Momento]]></category>
		<category><![CDATA[Consat]]></category>
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					<description><![CDATA[La razionalizzazione delle merci all’interno delle imprese di trasporto sta assumendo un’importanza fondamentale per semplificare e rendere veloci i flussi&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="itemIntroText">
<p>La razionalizzazione delle merci all’interno delle imprese di trasporto sta assumendo un’importanza fondamentale per semplificare e rendere veloci i flussi di lavoro e aumentare la produttività.</p>
</div>
<div class="itemFullText">
<p>Proprio per questo Consat, il Consorzio degli autotrasportatori facente parte del Sistema Assotir, ha pensato di fornire ai propri soci una consulenza che permetta di ottimizzare il rapporto efficienza/prezzo relativa agli strumenti di lavoro, realizzando una collaborazione con uno dei maggiori fornitori a livello internazionale di strumenti per la movimentazione del magazzino (scaffalature, carrelli, transpallet, ecc.)</p>
</div>]]></content:encoded>
					
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		<title>Per le aziende in futuro la vera sfida sarà gestire il rapporto con i grandi colossi mondiali come IBM, Amazon e Alphabet</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo D.]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Feb 2019 15:38:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[E’ stata presentata oggi a Palazzo di Varignana, a Bologna, all’interno del convegno “Opportunità e vincoli nell’applicazione del 4.0 nella&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>E’ stata presentata oggi a Palazzo di Varignana, a Bologna, all’interno del convegno “Opportunità e vincoli nell’applicazione del 4.0 nella filiera agroalimentare italiana” la survey realizzata da Nomisma e Crif che ha analizzato i vantaggi e i limiti dell’adozione del 4.0 nella filiera agroalimentare italiana.<br />
L’indagine, che ha coinvolto 1.034 aziende agricole italiane e 55 contoterzisti, analizza da una parte la percezione e conoscenza dell’innovazione e degli strumenti di agricoltura 4.0, dall’altra gli investimenti effettuati dalle aziende in questo senso.<br />
All’interno del campione il 42% degli intervistati rientra nella categoria dei “realisti” i quali appaiono curiosi e interessati al tema, ma non hanno le risorse e le competenze per potere investire in strumenti innovativi; al contempo il 27% si dichiara scettico poiché ritiene che i vantaggi dell’innovazione siano sovrastimati e che si tratti soltanto di una questione legata a una moda temporanea. Il 18% – “i futuristi teorici” – pensa che l’innovazione sia essenziale per la crescita economica e sono disposti anche ad indebitarsi pur di introdurre un’innovazione. Infine la categoria degli “sperimentatori” – che rappresenta il 13% del campione – i quali credono nell’innovazione e la applicano quotidianamente sperimentando investimenti in innovazione per migliorare la gestione aziendal<br />
Il 64% degli intervistati ha sentito almeno una volta parlare di agricoltura 4.0 e il 90% di agricoltura di precisione, e più della metà del campione – il 52% – ha dichiarato di ritenersi abbastanza informato in relazione al tema. Internet si rivela il luogo più accessibile per reperire informazioni: il 31% degli intervistati è venuto a conoscenza della possibilità di introdurre questo strumento in azienda tramite web, il 13% alle fiere di settore, l’11% direttamente dal rivenditore dello strumento e della tecnologia, il 9% tramite rivista o giornale specializzato.<br />
Negli ultimi 3 anni il 22% delle aziende ha investito in strumenti per l’agricoltura 4.0; la propensione all’investimento è maggiore nelle aziende con sede al Nord che operano nei settori dell’allevamento, cerealicolo e delle colture industriali aventi con una classe di fatturato di oltre 50.000 Euro e un organico composto prevalentemente da Millennials (18-35 anni). Tra le principali motivazioni che hanno portato il 78% delle aziende italiane a non investire nelle tecnologie di agricoltura 4.0 vi sono il tema economico (35,8% dei casi), e le piccole dimensioni dell’azienda (31,9%). Per il 6,9% degli intervistati invece, non appaiono chiari i vantaggi derivanti dall’adozione di questi strumenti, mentre per il 6,4% non apporterebbero alcun beneficio utile all’azienda. Tra gli strumenti 4.0 più efficaci e che hanno portato maggiori benefici alle aziende vi sono: macchine operatrici a dosaggio variabile 33%, Trattrice con guida assistita o semi automatica e GPS integrato (27,5%), software di gestione aziendale e altri software 9%, centraline meteo 6,3%. Considerando il fronte degli investimenti le risorse utilizzate per l’acquisto della strumentazione derivano per il 69% dal loro capitale, per l’11% dal finanziamento dell’istituto di credito, per il 9% dal Finanziamento del PSR, per il 7% da leasing. Nella maggior parte dei casi (il 45%) le aziende hanno speso una cifra al di sotto di 5.000 Euro per strumenti come software, centraline, mappe e sensori; solo il 9% delle aziende ha investito una cifra superiore a 100.000 Euro. Considerando invece le parti hardware e le trattrici gli investimenti sono stati maggiori: l’8% delle aziende ha investito oltre 100.000 Euro, il 12% ha speso una cifra compresa tra 50.000 e 100.000 euro e il 20% tra 20.000 e 50.000 Euro. Solo il 15% ha investito meno di 5.000 Euro.<br />
Tra i benefici portati dall’adozione di tecnologie 4.0 vi è al primo posto la riduzione delle quantità di fitofarmaci, concimi e acqua distribuiti per ettaro (31%), la riduzione dell’impatto ambientale e un miglioramento della qualità del prodotto (24%), seguita dall’abbattimento dei costi di produzione e dall’incremento delle rese per ettaro/capo (20%) e una riduzione dei tempi di lavoro (16%).<br />
Durante i lavori diverse aziende italiane hanno raccontato con esempi concreti i benefici dell’utilizzo del 4.0 nella gestione dei processi. E’ il caso di Fileni – che nel 2015 – a causa dell’aumento dei volumi di produzione ha dovuto rivedere completamente l’intero processo logistico sviluppando un simulatore ad hoc per tornare a garantire spedizioni on time. L’investimento – prima tecnologico e a seguire la re-ingegnerizzazione dell’intero processo di spedizione – ha portato al 45% del recupero di tempo lavoro, alla riduzione dell’indice di errore e al miglioramento della qualità.<br />
Agrisfera, invece, ha ricordato come il proprio investimento in agricoltura 4.0 sia stato avviato a partire dal 2006 attraverso la georeferenziazione, la quale ha permesso una mappatura completa dei propri appezzamenti; ulteriore investimento è stato condotto in strumenti di guida assistita con l’obiettivo di ridurre i costi e aumentare la produttività. Attraverso questo sistema di controllo si sono ridotti del 18% i margini di sovrapposizione con una riduzione dei costi di 199.160.000 Euro all’anno.<br />
Altro caso è quello di Wenda Food Integrity Tracking, start up nata nel 2015 la quale ha sviluppato una piattaforma digitale che rende tracciabile l’integrità del cibo con lo scopo di ridurne gli sprechi. Attraverso un dispositivo da inserire nella spedizione è possibile controllarne la temperatura, l’umidità, gli urti, la sicurezza e la posizione ricevendo notifiche in diretta su un dispositivo mobile. Un’innovazione, rispetto alla tracciabilità garantita per legge.<br />
Il cambiamento però passa anche da processi di sostegno all’innovazione. E’ questo l’obiettivo di Agrofood, acceleratore bolognese per il business dell’agritech, che vuole essere un polo di innovazione aperta multiazienda a sostegno delle startup specializzate nei settori dell’healty food, packaging sostenibile, e l’agricoltura di precisione.<br />
“Si sente un gran parlare di agricoltura 4.0, di smart farming e di riforma PAC, ma presentare casi concreti – come in questo caso- è meritevole perché fa realmente apprezzare il significato di queste tecnologie e i vantaggi competitivi in termini di costi e sostenibilità ambientale” – ha ricordato Paolo De Castro, Primo Vicepresidente Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale del Parlamento Europeo. “La discussione sulla riforma PAC post 2020 contiene un capitolo sull’agricoltura di precisione soprattutto a sostegno dei temi legati alla sostenibilità e che saranno sempre più importanti per il futuro”<br />
“Il tema della formazione sull’agricoltura 4.0 è cruciale”- ha dichiarato Patrizio Bianchi, Assessore alle Politiche Europee Formazione Professionale. “Formazione che va fatta a tutti i livelli dagli operatori agricoli, fino a coloro che si occupano di salute e stili di vita. Bisogna esplorare di più, andare al di là dell’ottimizzazione dell’esistente”<br />
“Seppure agli inizi, la rivoluzione digitale è un processo inesorabile capace di promuovere effetti in grado di cambiare la fisionomia di un settore all’apparenza immutabile come quello agricolo italiano. Gli impatti derivanti dall’adozione delle nuove tecnologie digitali non sono infatti esclusivamente economici, ma interessano anche ambiti sociali e ambientali”– ha sottolineato Denis Pantini, Responsabile Area Agroalimentare di Nomisma.<br />
“Il 4.0 è in una fase iniziale e i cambiamenti strutturali che queste tecnologie porteranno alle filiera produttiva sono ancora agli inizi. La filiera agroindustriale per come si caratterizza avrà qualche difficoltà in più ad adeguarsi al nuovo contesto anche se ci sono contro esempi interessanti. Le sfide per le imprese sono molteplici e la principale è legata al capitale umano. E’ necessario investire in nuove risorse che siano in grado di gestire le nuove tecnologie ma che conoscano anche le logiche della filiera. C’è, inoltre, un problema di regole: il cuore delle tecnologie 4.0 sta nella condivisione di dati e informazioni. La protezione, la proprietà dei dati e il loro uso diventa fondamentale. Infine c’è un problema dimensionale. Per le imprese più piccole alcune delle tecnologie in fase di sviluppo hanno costi che non giustificano l’investimento; per le grandi la vera sfida sarà gestire il rapporto con i grandi colossi mondiali (da Amazon, a Alphabet, da IBM ad Alibaba) che gestiscono, tra le altre cose, i flussi di dati e che hanno un fortissimo potere di mercato” – ha ricordato Giorgio Prodi, Segretario Comitato Scientifico di Nomisma.<br />
Il convegno – che si inserisce nell’ambito del “Progetto Industria 2030” promosso da Nomisma con Crif, fa parte di percorso pluriennale che intende essere punto di riferimento periodico per analizzare le dinamiche del sistema industriale italiano.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Rapporto Coop: Italia polarizzata in cui aumentano le distanze sociali interne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo D.]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Sep 2018 11:45:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Normativa]]></category>
		<category><![CDATA[Aumentano]]></category>
		<category><![CDATA[Coop Italia]]></category>
		<category><![CDATA[distanze]]></category>
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					<description><![CDATA[E&#8217; un&#8217;Italia polarizzata, divisa, in cui aumentano le distanze sociali interne e fanno capolino istanze del passato, come il neoprotezionismo commerciale e migratorio, la&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; un&#8217;Italia polarizzata, divisa, in cui aumentano le distanze sociali interne e fanno capolino istanze del passato, come il neoprotezionismo commerciale e migratorio, la protesta anti-elite, vecchi e nuovi populismi, quella descritta nel <a href="http://italiani.coop/rapporto-coop-2018-anteprima-digitale/" target="_blank" rel="noopener">Rapporto Coop 2018</a>. Un appuntamento che ormai è molto più di una raccolta di dati dedicata a chi segue trend e sviluppi della grande distribuzione: nell&#8217;indagine redatta dall’Ufficio Studi di Ancc-Coop  con la collaborazione scientifica di REF Ricerche, il supporto d’analisi di Nielsen, e i contributi originali di Iri Information Resources, GFK, Demos, Nomisma. Pwc, Ufficio Studi Mediobanca, si racconta il Paese di oggi e si immagina quello di domani, attraverso i suoi stili di vita, i cambiamenti nel mondo del lavoro, le abitudini di consumo, l&#8217;attualità. Inevitabile per i dirigenti presenti &#8211; Albino Russo, Direttore ANCC-Coop, Stefano Bassi, presidente Ancc-Coop e Marco Pedroni, presidente Coop Italia &#8211; inquadrare la presentazione milanese nello scenario dei temi più caldi della nostra politica, perchè ad essi un&#8217;analisi di questo genere e le sue possibili prospettive future sono inestricabilmente legati.</p>
<h3>
<p>Una ripresa lenta, una crescita ingiusta</h3>
<p>In Italia la ripresa è sempre più lenta: +1,2% la variazione attesa del Pil nel 2018 contro 1,5% effettivo del 2017. E quel che è peggio, va a vantaggio di pochi, non risolleva le sorti della classe media e addirittura spinge ancora più in basso le condizioni delle famiglie in maggiore difficoltà. In sostanza chi è povero rimane tale: il 62% degli italiani che si trova nel 20% inferiore nella distribuzione del reddito è tale anche dopo 4 anni, una percentuale superiore di 5,5 punti percentuali rispetto alla media dei 36 Paesi Ocse. &#8220;Impossibile continuare a fare finta di nulla&#8221;, osserva Pedroni. &#8220;Serve una misura contenitiva del fenomeno, che sia il reddito di cittadinanza, o quello di inclusione&#8221;, precisa Bassi.</p>
<h3>
I consumi continuano a ridursi</h3>
<p>Non sorprendono, quindi, i dati non incoraggianti sui consumi. L’Italia del 2017 resta il fanalino di coda in Europa con una riduzione dei consumi delle famiglie rispetto al 2010 di oltre il 2% (-2,2%) a fronte di un solido +12,7% tedesco, di un +10,2% francese e di una sostanziale stabilità spagnola (0,1%). E anche nell’ultimo anno il dato italiano (+0,7%) è il più basso tra le grandi economie europee. Le famiglie benestanti spendono 4 volte di più rispetto a quelle con bassa capacità di spesa e tra una famiglia trentina e una calabrese il differenziale all’anno è pari a 17.000 euro. &#8220;Possiamo paragonare l&#8217;Italia dei consumi di oggi a gli Usa, nel 1993&#8221;, spiega Russo. &#8220;Possiamo parlare, al massimo, di ripresa pellicolare, appena positiva. Ma il vero problema non è nemmeno la crescita contenuta, quanto la sua intrinseca ingiustizia. Tutto questo aggrava e sclerotizza le già ampie distanze sociali, economiche e geografiche del Paese&#8221;. In sostanza chi è povero tale rimane: il 62% degli italiani che si trova nel 20% inferiore nella distribuzione del reddito è tale anche dopo 4 anni, una percentuale superiore di 5,5 punti rispetto alla media dei 36 Paesi Ocse.</p>
<h3>
<p>Sempre più green nella coscienza, sempre più attenti nelle scelte salutistiche</h3>
<p>Quanto a coscienza verde, gli italiani non sono secondi a nessuno: 9 su 10 ritengono che vivere in un ambiente salubre è condizione fondamentale per conseguire un&#8217;elevata qualità della vita (83% in Francia e solo 72% in Germania). E così, nel carrello, i prodotti ecologici e responsabili hanno raggiunto nel primo semestre 2018 quota 2 mld di euro nelle vendite (contro i 3,6 mld di tutto il 2017).<br />
Più responsabilità e più attenzione alle scelte si registrano anche nel campo delle decisioni alimentari, orientate al salutismo: primi per spesa alimentare in Europa e nel mondo (19% la quota di spesa destinata a cibo e bevande, il massimo dell’ultimo decennio), sono stati anche precursori di una dieta bilanciata e salubre e ancora oggi privilegiano gli acquisti di frutta e verdura (+ 8,6% la crescita a volume dell’ortofrutta confezionata), pane e cereali rinunciando sempre più a zuccheri e grassi. Ma se il carrello della “salute” cresce ancora nel primo semestre di un +2,3%, non si può ignorare che era il +5% nel 2017. E anche tra vegetariani e vegani che fino a poco tempo fa sembravano essere un trend dominante in fatto di cibo, compaiono i primi pentiti: a fronte di un 8,3% ancora allineato, il 9,7% dichiara di esserlo stato e di averci rinunciato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>
Politici e cibo, la rabbia e l&#8217;orgoglio</h3>
<p>Ci si perdoni la citazione Fallaciana, ma di fatto i politici, in particolare al Nord, sono i primi catalizzatori della rabbia della maggioranza della popolazione (e non gli immigrati, come alcune forzature populiste potrebbero far pensare). Il 51% della popolazione, comunque, mostra diffidenza verso &#8220;gli stranieri&#8221; (rispetto al 38% dei francesi, al 35% dei tedeschi, al 26%  degli spagnoli). Eppure l’immigrazione vale per l’Italia 7,2 miliardi di Irpef versata e un Pil di oltre 130 miliardi di euro (è la 17esima economia in Europa non lontana dalla Grecia e prima dell’Ungheria).<br />
Di contro, è il cibo che cattura l&#8217;attenzione emotiva della popolazione. E con orgoglio, quando è italiano, lo si difende e lo si apprezza: il senso di appartenenza continua a indirizzare i consumatori italiani verso prodotti italiani (+3%), privilegiando i piccoli brand (+4,3%) alla grande marca. Solo l’apposizione della scritta “100% italiano” fa schizzare le vendite di un +9%.<br />
Ma in questo amore diffuso, c&#8217;è un catalizzatore di vera e propria passione: è il food delivery. Sono 4,4 i milioni di italiani che hanno usato almeno una volta il servizio di consegna di pasti a domicilio. Solo nei primi tre mesi del 2018, 3,5 milioni di italiani (+ 80% rispetto al 2017) vi sono ricorsi e sono cresciuti del 34% gli acquisti alimentari on line nei primi 6 mesi dell’anno.<br />
Internet e la tecnologia digitale sono ancora in cima ai pensieri degli italiani che però mostrano una maggiore consapevolezza nel loro uso. Un italiano su 3 riconosce di aver contratto una forma di dipendenza dal suo smartphone (peraltro i consumi continuano a crescere: + 3,6 %). E sui social  Whatsapp ha superato la ben più affollata Facebook (82,9% vs 68,8% la percentuale di utilizzo quotidiano).</p>
<h3>
Per la Gdo, un ruolo sociale</h3>
<p>Cosa si può e ci si deve aspettare, da un&#8217;insegna come Coop, dalle sue migliaia di soci che ogni giorno si confrontano con uno scenario dinamico, complesso e imprevedibile? Un&#8217;assunzione di responsabilità perchè non stiamo solo vendendo prodotti&#8221;, spiega Pedroni. &#8220;Noi non siamo un partito, non facciamo politica, ma intendiamo diffondere consapevolezza su temi che riguardano tutti, prima che come consumatori, come italiani: la legalità, per esempio. Noi abbiamo rinunciato a 11 contratti di fornitura, quando abbiamo scoperto che non rispettavano le condizioni di tutela dei lavoratori che richiediamo e potevano in qualche modo favorire forme di caporalato. Per questo ci sentiamo di rimandare al presidente di Coldiretti Moncalvo l&#8217;accusa generalizzata mossa alla gdo di voler solo fare profitto. Non siamo tutti uguali, noi operatori del settore: solo impegnandosi nella diffusione di buone pratiche &#8211; nelle tecniche di produzione, nella tutela dei lavoratori, nell&#8217;appello alle istituzioni perchè colmino le diseguaglianze sociali, come facciamo da sempre &#8211; potremo davvero dirci degni protagonisti dello scenario sociale in cui operiamo&#8221;, ha concluso Bassi.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Il gruppo IKEA è conosciuto ai consumatori in cerca di prodotti di arredamento con ottimo rapporto tra qualità e prezzo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Deborah]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Aug 2018 10:37:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie del Momento]]></category>
		<category><![CDATA[arredamento]]></category>
		<category><![CDATA[cerca]]></category>
		<category><![CDATA[conosciuto]]></category>
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					<description><![CDATA[Gran parte del fatturato di IKEA arriva proprio dall’Europa dove sono situati molti degli oltre 400 punti vendita della catena, ma da&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Gran parte del fatturato di <strong>IKEA</strong> arriva proprio dall’Europa dove sono situati molti degli oltre 400 punti vendita della catena, ma da tempo il gruppo svedese ha iniziato ad espandersi nel resto del mondo raggiungendo gli altri continenti. Ed è proprio in questi giorni che, dopo anni di progettazione, <strong>IKEA</strong> si appresta a inaugurare il suo primo punto vendita in India, che aprirà la strada ad una maggiore espansione in Asia per raggiungere ancora decine di milioni di clienti.</p>
<p>E’ già da diversi anni che <strong>IKEA</strong> progetta di lanciarsi nel mercato indiano, e per farlo ha scelto di aprire il suo primo punto vendita ad <strong>Hitec City,</strong> nella città di <strong>Hyderabad</strong> che conta su una popolazione di oltre 7 milioni di persone. Il nuovo punto vendita si sviluppa su 37mila metri quadrati con oltre 7500 prodotti in esposizione e molti di questi avranno un costo di appena 200 rupie. La scelta di adottare prezzi ridotti deriva dalla volontà di avvicinarsi ad un pubblico molto ampio di consumatori, in un paese come l’India dove il reddito medio annuo degli abitanti è l’equivalente di appena 2000 dollari.</p>
<p>Il nuovo negozio <strong>IKEA</strong> sarà dotato anche di una zona ristorante con 1000 posti disponibili, uno dei più grandi tra i punti vendita del colosso svedese nel mondo. L’obiettivo è quello di raggiungere <strong>6 milioni</strong> di visitatori l’anno offrendo lavoro a 1500 persone. C’è da considerare, inoltre, che gran parte dei materiali necessari alla produzione dei prodotti in vendita saranno acquistati in India, per ridurre i costi legati all’importazione e rispettare le leggi vigenti.</p>
<p>Ma l’espansione di <strong>IKEA</strong> in Asia non si fermerà a questo. In India sono già previsti nuovi punti vendita a Mumbai nel 2019 e New Delhi. Entro il 2025 saranno 24 i negozi <strong>IKEA</strong> in India che dovrebbero dare lavoro a 15000 persone, e altri negozi saranno aperti anche in Vietnam e Filippine.  Una scommessa, quella di puntare all’espansione in Asia, che potrebbe rivelarsi vincente permettendo al colosso svedese di raggiungere milioni di nuovi clienti.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>L&#8217; Agenzia Nazionale per la Sicurezza del Volo ha pubblicato il rapporto informativo sulla sicurezza dell&#8217;aviazione civile in Italia per il 2017</title>
		<link>https://www.notiziariofinanziario.com/l-agenzia-nazionale-la-sicurezza-del-volo-pubblicato-rapporto-informativo-sulla-sicurezza-dellaviazione-civile-italia-2017/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlo D.]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Apr 2018 11:40:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie del Momento]]></category>
		<category><![CDATA[Agenzia Nazionale per la Sicurezza del Volo]]></category>
		<category><![CDATA[aviazione civile]]></category>
		<category><![CDATA[in/formativo]]></category>
		<category><![CDATA[pubblicato]]></category>
		<category><![CDATA[RAPPORTO]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>
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					<description><![CDATA[ Per quanto riguarda i droni, le segnalazioni pervenute all’ANSV (46) riguardanti eventi che, in generale, hanno visti coinvolti mezzi aerei&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div> Per quanto riguarda i droni, le segnalazioni pervenute all’ANSV (46) riguardanti eventi che, in generale, hanno visti coinvolti mezzi aerei unmanned, sono state sostanzialmente in linea con quelle dell’anno precedente (51).</div>
<div></div>
<div>Numerosi i casi pericolosi per la sicurezza aerea segnalati in prossimità dei principali aeroporti italiani e dei sentieri di decollo ed atterraggio. Ne riportiamo alcuni: a Fiumicino il 25 ottobre  è stato necessario fermare i decolli per poco più di 10 minuti a causa della presenza di un drone, a Pescara il 14 giugno un drone è stato avvistato sul finale dell&#8217;aeroporto mentre stava riprendendo l&#8217;inaugurazione del Ponte Flaiano. A Malpensa il 10 Aprile una mancata collisione tra un drone e un A319, a Milano Marittima un aeromodello avvistato mentre si stava svolgendo una missione elisoccorso, e poi droni  visti volare sopra il Porto Antico di Genova, in piena ATZ e sotto ai sentieri di avvicinamento, e altri.</div>
<div></div>
<div>Il 20 giugno un drone impiegato per addestramento (ndr: quindi probabilmente una scuola di volo) presso l&#8217;aviosuperficie Rinaura di Siracusa non ha più risposto ai comandi allontanandosi autonomamente (Flyaway). Il primo ottobre un drone vincolato da un cavo mentre svolgeva attività di controllo è precipitato ad Agro di Bologna a causa della collisione con uccelli (birdstrike).</div>
<div></div>
<div>Afferma l&#8217;Agenzia nel rapporto: &#8220;Nella quasi totalità degli eventi segnalati l’ANSV non ha potuto acquisire dati utili per un adeguato approfondimento (per la sostanziale impossibilità di individuare l’operatore del mezzo aereo a pilotaggio remoto), anche se, in taluni casi, la descrizione riferita dell’evento ha presentato elementi di criticità evidente. Ciò ha impedito all’ANSV di poter promuovere ulteriori iniziative oltre quelle già adottate nel corso del 2016 (a tal proposito si rimanda al Rapporto informativo dell’anno 2016), quando furono emanate cinque raccomandazioni di sicurezza, che destarono grande interesse, anche in ambito internazionale.</div>
<div></div>
<div>Anche nel 2017 molti degli eventi segnalati hanno dato luogo ad interferenze con aeromobili manned occorse in aree “sensibili” per l’attività di volo, cioè in prossimità di aeroporti aperti al traffico aereo commerciale o dei rispettivi sentieri di avvicinamento, peraltro anche a quote significative, rappresentando una criticità per la sicurezza delle operazioni aeree degli aeromobili manned. Dall’esame delle segnalazioni pervenute emerge pure che, a fattor comune, si può continuare a porre la sostanziale inosservanza della normativa nazionale vigente. Il fenomeno delle citate interferenze, come constatato dall’ANSV in occasione dei ricorrenti contatti con altre autorità investigative straniere, è comune anche a molti altri Paesi e sta assumendo dimensioni via via più rilevanti.</div>
<div></div>
<div>Di seguito si riporta, in un’ottica di migliore conoscenza del fenomeno descritto e quindi, anche, di prevenzione, il riepilogo delle segnalazioni registrate dall’ANSV nel 2017. Con riferimento alle informazioni contenute nella relativa tabella, va precisato che la terminologia utilizzata dagli equipaggi degli aeromobili manned che hanno effettuato le segnalazioni è risultata eterogenea (APR, drone, aeromodello), per cui non è stato possibile discriminare con assoluta certezza se le singole interferenze siano state prodotte da aeromobili a pilotaggio remoto (APR/droni) o da aeromodelli.</div>
<div></div>
<div>Come noto, la distinzione tra APR (detti più comunemente “droni”) ed aeromodelli è infatti sostanzialmente giuridica e come tale presenta delle zone d’ombra: sia in ambito nazionale (al riguardo, si veda il regolamento ENAC “Mezzi aerei a pilotaggio remoto”, ed. 2), sia in ambito internazionale [si veda, ad esempio, l’ICAO Circular 328 “Unmanned Aircraft Systems (UAS)”], la distinzione si basa sostanzialmente sulla tipologia di impiego del mezzo, che, nel caso degli aeromodelli, è esclusivamente per scopi ludici (impiego ricreativo e sportivo).&#8221;</div>]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>FinTech e Millennials: rapporto 2016 di una rivoluzione</title>
		<link>https://www.notiziariofinanziario.com/fintech-e-millennials-rapporto-2016-di-una-rivoluzione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Jun 2017 07:51:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[Fintech]]></category>
		<category><![CDATA[millennials]]></category>
		<category><![CDATA[RAPPORTO]]></category>
		<category><![CDATA[rivoluzione]]></category>
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					<description><![CDATA[La Finanza Tecnologica meglio conosciuta come FinTech sta cambiando le nostre abitudini di investimento e risparmio attraverso innovativi e potenti&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La <em>Finanza Tecnologica</em> meglio conosciuta come FinTech sta cambiando le nostre abitudini di investimento e risparmio attraverso innovativi e potenti strumenti destinati a rivoluzionare l’intero sistema economico e bancario tradizionale.</p>
<p>Lo dimostrano i dati del <em>World Retail Banking Report 2016</em> di CapGemini ed Efma: rivelano che il 63% del campione analizzato sfrutta servizi FinTech. Il 55% lo consiglierebbe ad amici e conoscenti contro un 38% che resta fedele ai prodotti bancari tradizionali. Perché?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Boom di FinTech per Millennials e non solo</p>
<p>I nuovi servizi di Finanza Tecnologica sono facili da usare, veloci e permettono un’esperienza utente positiva. Sono diffusi soprattutto tra i giovani e tra i livelli più alti nei mercati emergenti, ma si prevede una rapida crescita ovunque che coinvolgerebbe clienti di tutte le età.</p>
<p>Ad accelerare la diffusione di FinTech sarà soprattutto l’avanzata dei <strong>Millennials </strong>(nati tra il 1980 e il 2000, quindi di età compresa tra i 17 ed i 37 anni), amanti dell’interazione, della velocità e del risparmio da sempre.</p>
<p>Quella dei Millennials è la <em>Generazione Y</em>, la prima nella storia del genere umano a <em>conoscere spontaneamente i codici della comunicazione digitale</em>, cresciuta all’interno di un metodo educativo tecnologico e neo-liberale.</p>
<p>Fanno parte della prima generazione davvero globale, sono iperconnessi, acquistano online e fruiscono di servizi sul web, nascono digitali, crescono mobile e si esprimono perlopiù attraverso i social network.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quanti sono i Millennials</strong></p>
<p>Attualmente, rappresentano una bella fetta di clienti: sono 2,3 miliardi <strong>nel mondo</strong>, 83 milioni solo <strong>negli USA</strong> (1/4 della popolazione).</p>
<p>Secondo i dati di <em>Wealthfront</em> (servizio d’investimenti automatizzato) entro il 2019 la Generazione Y dei Millennials controllerà 7 trilioni di dollari in attività liquide.</p>
<p>Il sondaggio “<em>Generation What</em>?” condotto da <strong>Ebu-Rai</strong> in collaborazione con <strong>Rep.it</strong> (con un campione di circa un milione di Millennials provenienti da 35 Paesi europei) rivela che, pur essendo esperti di tecnologia, non sono in grado di pianificare il loro futuro finanziario e, il più delle volte, associano il termine ‘risparmio’ ad un sacrificio estremo.</p>
<p>In <strong>Italia</strong>, sono stati stimati 11,2 milioni di Millennials, il 76% dei quali è connesso ad Internet dalla mattina alla notte; per loro il concetto stesso di digitale è superato, loro sono mobile. Non possono che optare per la FinTech, sempre più sfruttata dagli utenti online.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come si organizzano i colossi della finanza</strong></p>
<p>Non a caso, nel 2016, i colossi del settore bancario si sono organizzati investendo nei servizi FinTech. Goldman Sachs ha rilevato <em>Honest Dollar</em>, azienda operante nel settore delle consulenze finanziarie online; JP Morgan ha avviato una collaborazione con la piattaforma <em>On Deck</em> per i prestiti alle piccole imprese e BNP ha deciso di collaborare con <em>Smart Angels</em>, piattaforma di crowdfunding.</p>
<p><em>Fintech, Big Data e Intelligenza Artificiale</em> saranno gli strumenti ed il linguaggio per ‘captare’ e soddisfare le esigenze dei risparmiatori Millennials.</p>
<p>La stessa tecnologia è un grande strumento per chi si occupa di consulenza finanziaria e di investimento al fine di osservare, analizzare e comprendere meglio le abitudini del cliente, le sue esigenze.</p>
<p>Oltretutto, consente l’aumento in termini di efficienza operativa della fornitura del servizio.</p>
<p>L’analisi dei Big Data permette ai gestori di fondi di creare <em>Alpha</em> per i loro clienti offrendo un rendimento superiore a quello del mercato.</p>
<p>FinTech, per i Millennials e per chiunque, non significa che intelligenza artificiale e robo-advisor sostituiranno i consulenti in carne ed ossa: il ruolo della persona resterà fondamentale ma con mezzi diversi d’interazione come la <em>chatbox</em> che non altera la personalizzazione del rapporto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Robo-Advisors e Customization</strong></p>
<p>La natura tecnologica dei Millennials inciderà non poco sul mondo della finanza.</p>
<p>Cosa cambierà? In che modo i consulenti finanziari potranno attirare l’attenzione dei clienti del futuro?</p>
<p>In base ad un sondaggio della <em>CFA Institute Financial NewsBrief</em>, nei prossimi 10 anni, il grosso cambiamento sarà dato, da una parte, dai <em>Robo-Advisors</em>, dall’altra, dal <em>servizio personalizzato</em>.</p>
<p>I <strong>Robo-Advisors,</strong> tramite profilazione dell’utente e complessi algoritmi, sono in grado di creare un <em>portfolio fatto su misura</em> selezionando i migliori investimenti e relativi livelli di rischio.</p>
<p>L’utente sceglierà la migliore soluzione, confermerà gli ordini suggeriti e, da quel momento, il servizio controllerà costantemente il portafoglio dell’investitore segnalando eventuali modifiche nel tempo. In tal modo, l’utente potrà <strong>controllare in maniera autonoma </strong>l’andamento dei propri investimenti sia da desktop sia da dispositivo mobile.</p>
<p>Sono due le tipologie di Robo-Advisors: i servizi <strong>interamente automatizzati</strong> ed i sistemi che hanno alle spalle un <em>team di professionisti</em> che controllano e bilanciano costantemente i portafogli.</p>
<p>In sostanza, i Robo-Advisor non spiazzeranno di certo i consulenti finanziari in carne ed ossa, anzi sarà proprio la <em>customization</em> l’arma migliore per attirare i Millennials: il <em>BlackRock Global Investor Pulse</em> ha rivelato che il 48% di loro desidera <strong>servizi su misura ad hoc</strong>.</p>
<p>Preferiscono una buona gestione della ricchezza nel tempo piuttosto che affidarsi alla pensione, sono più coinvolti da tematiche sociali ed ambientali da associare ad attività di investimento.</p>
<p>Rispetto alla generazione precedente, la Generazione Y risulta, però, più lenta a raggiungere una propria indipendenza finanziaria: il <em>Fidelity Investments Millennial Money Survey</em> rivela che il 47% dei giovani ha ricevuto un supporto iniziale dai genitori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Blockchain e Social Lending: due nuovi modelli Fintech</p>
<p>Tra i nuovi modelli e servizi tecnologici FinTech che mirano a semplificare la gestione di prestiti, investimenti, contratti ed altre operazioni finanziarie, non si possono trascurare anche la <em>Blockchain </em>ed il <em>Social Lending</em>, che insieme ai Robo-Advisors sono le principali tendenze evolutive.</p>
<p>La Blockchain, database internazionale, funge da libro contabile in grado di registrare ed archiviare tutte le transazioni eseguite in Bitcoin dal 2009 ad oggi: l’obiettivo di questo database è modificare radicalmente i principi di transazione, proprietà e fiducia eliminando l’intervento di terze parti al punto tale da poter consentire, ad esempio, la sottoscrizione digitale di un passaggio di proprietà o di un atto notarile.</p>
<p>Il Social Lending è un sistema di prestito diretto tra privati tramite una piattaforma web dedicata senza l’intermediazione di banche e finanziarie, il che permette tassi più alti a chi presta denaro e tassi più bassi a chi ottiene un prestito. Chi gestisce questa piattaforma non detiene materialmente il denaro dei prestatori, denaro affidato ad un terzo soggetto (in genere, una banca depositaria) e protetto dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L’approccio dei Millennial al mercato azionario</strong></p>
<p>Secondo la ricerca di <strong>bankrate.com</strong> solo 1 su 3 Millennials investe nel <strong>mercato azionario</strong>. Perché?</p>
<p>I Millennials <em>non amano rischiare</em>, sono ancora ‘scottati’ dalla crisi finanziaria del 2008 ed il loro atteggiamento culturale è di <em>fidarsi poco dei mercati</em>.</p>
<p>In termini pratici, essendo giovani non hanno da parte abbastanza per investire su azioni a lungo termine, hanno un bisogno costante di liquidità.</p>
<p>Faranno carriera, cresceranno e col tempo ‘impareranno’ ad investire sia grazie al supporto ed ai consigli dei datori di lavoro (<em>fondi pensionistici</em>) sia al vantaggio di poter carpire online una gran quantità di informazioni sulle società che operano sul mercato, prima di acquistare azioni.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Finanza sostenibile: arriva il rapporto italiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo D.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Feb 2017 08:42:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Investimenti]]></category>
		<category><![CDATA[arriva]]></category>
		<category><![CDATA[Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[RAPPORTO]]></category>
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					<description><![CDATA[Compito del Dialogo Nazionale per la Finanza Sostenibile, promosso dal Ministero dell’ambiente, della tutela del territorio e del mare (MATTM) in&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="uk-article-title">Compito del Dialogo Nazionale per la Finanza Sostenibile, promosso dal Ministero dell’ambiente, della tutela del territorio e del mare (MATTM) in collaborazione con il Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UN Environment), è stato quello di identificare opzioni concrete di mercato e di politiche per stimolare il sistema finanziario italiano nella direzione dello sviluppo sostenibile e dell’azione di contrasto al cambiamento climatico. Nel rapporto italiano, presentato da Nick Robins (Co-Director UNEP Inquiry) e da Francesco La Camera (Direttore Generale MATTM), sono state individuate diciotto azioni specifiche da intraprendere per sfruttare l’opportunità strategica di orientare il sistema finanziario nazionale verso un modello di sviluppo a bassa intensità di carbonio, inclusivo e sostenibile.</p>
<p>La prima delle quattro aree d’intervento nelle quali dovranno articolarsi le diciotto azioni, riguarda la sfera politica che dovrà esprimere un quadro regolamentare favorevole (strategia; finanza pubblica; politica fiscale; controlli sistemici; cooperazione internazionale).</p>
<p>Il secondo settore d’intervento concentra le azioni atte a stimolare l’innovazione finanziaria nelle aree prioritarie (PMI; mercato immobiliare; green bonds, assicurazioni, tecnologie pulite).</p>
<p>La terza categoria d’intervento contiene le azioni miranti a migliorare l’infrastruttura di mercato in termini di trasparenza e governance (trasparenza dei mercati quotati; rendicontazione delle imprese, trasparenza degli investitori; corporate governance).</p>
<p>Infine, la quarta area d’intervento raggruppa le azioni volte a rafforzare le capacità, la consapevolezza e le conoscenze (rischio; consapevolezza dell’opinione pubblica; capacity building; misurazione dei progressi).</p>
<p>Dal rapporto emerge anche che in Italia &#8211; come altrove &#8211; la domanda di prodotti e servizi green da parte dei consumatori e dei risparmiatori dovrebbe registrare una crescita maggiore rispetto ad altri contesti, “se non vengono adottati approcci innovativi in campo finanziario il Paese potrebbe non cogliere le opportunità per migliorare la propria performance economica sfruttando le nuove opzioni offerte dai mercati sostenibili”. Soddisfazione per il lavoro svolto è emersa nelle conclusioni dei lavori affidate agli interventi del Ministro dell’Economia e delle Finanze Padoan e da quello dell’Ambiente Galletti.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Luigi Federico Signorini interviene sul Rapporto del Dialogo Italiano sulla Finanza Sostenibile </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea M.]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Feb 2017 12:46:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Banca]]></category>
		<category><![CDATA[dialogo]]></category>
		<category><![CDATA[Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[INTERVIENE]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Federico Signorini]]></category>
		<category><![CDATA[RAPPORTO]]></category>
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					<description><![CDATA[Al Rapporto che è stato presentato ha contribuito anche la Banca d’Italia. Riporta i tratti salienti del Rapporto: Assicurazioni: il Governo&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Al Rapporto che è stato presentato ha contribuito anche la Banca d’Italia.</p>
<p>Riporta i tratti salienti del Rapporto:</p>
<p>Assicurazioni: il Governo e le compagnie assicurative potrebbero esplorare l’opportunità̀ di uno schema nazionale per la copertura dei rischi di catastrofe naturale legati ai cambiamenti climatici, in particolare per l’edilizia residenziale, utilizzando strutture tradizionali e non tradizionali di riassicurazione (CAT bonds, insurance-linked securities, collaterali, etc.).</p>
<p>Mercato Immobiliare: il Governo potrebbe cogliere l’opportunità̀ rappresentata dal Piano Casa per incoraggiare investimenti significativi per migliorare la qualità̀ degli edifici ed aumentare il livello di resilienza verso le catastrofi naturali. Inoltre, potrebbe essere attivato un laboratorio di innovazione con le banche per progettare nuovi strumenti finanziari a sostegno degli investimenti necessari a migliorare l’efficienza energetica degli edifici residenziali, commerciali e pubblici.</p>
<p>PMI: è richiesto un rinnovato sforzo per trovare meccanismi che integrino le tradizionali forme di finanziamento bancario per le PMI attive nella green economy con altri strumenti finanziari più psofisticati che permettano un approccio di più lungo periodo.</p>
<p>Scarica <strong>qui</strong> l’intero report</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>E’ stato reso pubblico il rapporto annuale sui mercati azionari e obbligazionari in Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo D.]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Feb 2017 15:16:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Investimenti]]></category>
		<category><![CDATA[annuale]]></category>
		<category><![CDATA[azionari]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[Guardando alle classifiche di Assosim, IWBank Private Investments risulta seconda nella classifica per controvalori sul mercato azionario italiano, con una&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Guardando alle classifiche di Assosim, IWBank Private Investments risulta seconda nella classifica per controvalori sul mercato azionario italiano, con una quota di mercato pari al 9,8% e terza nella classifica per numero di operazioni effettuate (7,6%). Anche nelle classifiche dedicate ai derivati sul mercato italiano (futures, mini-futures e opzioni su indice) IWBank Private Investments ricopre un ruolo di leadership, con una quota di mercato pari a rispettivamente 7,0%, 7,7% e 4,9%.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Analizzando il comportamento dei clienti sulla propria piattaforma, IWBank Private Investments, la banca del Gruppo UBI Banca specializzata nella gestione degli investimenti di individui e famiglie, tra i principali player del trading online in Italia, ha inoltre individuato un trend di crescente attenzione verso i mercati internazionali, che nel corso degli ultimi anni si è ulteriormente amplificato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’attenzione dei trader di IWBank Private Investments si sta spostando anche sui mercati tedeschi e USA. Nel corso del 2016 l’operatività sui listini dei derivati regolamentati Eurex e CME ha rappresentato, in alcune sedute, fino alla metà delle negoziazioni complessive.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Per trader e heavy trader la piattaforma di IWBank Private Investments è da sempre un punto di riferimento. L’ampia gamma di strumenti negoziabili, la possibilità di accedere ai più importanti mercati internazionali regolamentati, il supporto di servizi evoluti e di una tecnologia all’avanguardia ci permettono di giocare un ruolo di primo piano nel settore del trading online. In questo campo operano clienti molto evoluti ed esigenti, i cui bisogni possono essere soddisfatti solo attraverso una costante evoluzione, anche tecnologica, dell’offerta di prodotti e servizi” afferma Andrea Pennacchia, Direttore Generale di IWBank Private Investments.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In coerenza con questa esigenza, IWBank Private Investments ha da poche settimane reso disponibile la App Trading+, che consente di sfruttare tutti i servizi di trading della Banca anche in mobilità, attraverso qualsiasi supporto mobile, smartphone o tablet. La App Trading+, rilasciata insieme al nuovo internet banking e a una nuova App dedicata ai servizi bancari e agli investimenti, contribuirà al consolidamento delle quote di mercato di IWBank Private Investments nel campo del trading online.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Assicurazioni Generali ha interrotto il rapporto di lavoro con il dg e group cfo Alberto Minali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo D.]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Feb 2017 13:30:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Assicurazione]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Minali]]></category>
		<category><![CDATA[assicurazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Generali]]></category>
		<category><![CDATA[interrotto]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[RAPPORTO]]></category>
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					<description><![CDATA[Minali ha lasciato il gruppo il 31 gennaio 2017 e non verrà, allo stato, sostituito nella carica di direttore generale&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Minali ha lasciato il gruppo il 31 gennaio 2017 e non verrà, allo stato, sostituito nella carica di direttore generale prevista dallo statuto. Il cda ha proceduto alla nomina di Luigi Lubelli a cfo e dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari. Tutte le funzioni aziendali di primo livello che dipendevano da Minali “sono poste, allo stato e con effetto immediato, a diretto riporto del group ceo”, ossia di Philippe Donnet.</p>
<p>Buonuscita di quasi 6 milioni per Minali. I termini dell’accordo di risoluzione del rapporto di lavoro prevedono per Minali il riconoscimento di una severance di 2.119.833,33 euro lordi (corrispondenti a 14 mensilità), oltre al preavviso pari a 2.158.119,60 lordi; un bonus da un milione di euro e un ‘bonus’ ‘Long Term Incentive 2014-2016’ da quantificare; oltre a 500.000 euro lordi per gli impegni di non concorrenza, già previsto dal patto stipulato lo scorso 18 marzo. A oggi, Minali possiede 428.561 azioni di Assicurazioni Generali.</p>
<p>Maggiori poteri al comitato investimenti. Il cda ha deciso che il comitato per gli investimenti di Generali amplierà “le sue competenze istruttorie e consultive a supporto degli organi esecutivi anche alle operazioni aventi valore strategico”. Il comitato cambierà la denominazione in Comitato per gli investimenti e le operazioni strategiche. Al vertice del comitato siede Philippe Donnet. Al suo fianco il presidente Gabriele Galateri di Genola, Francesco Gaetano Caltagirone, Lorenzo Pellicioli, Clemente Rebecchini e Paola Sapienza.</p>
<p>Generali ha il 3,376% di Intesa Sanpaolo. Generali detiene – in parte come quota diretta e in parte come indiretta proprietà – il 3,376% del capitale di Intesa Sanpaolo. E’ quanto emerge dagli aggiornamenti sulle partecipazioni azionarie rilevanti emessi dalla Consob. Di questa quota, il 3,01% è collegata a un prestito titoli comunicato il 23 gennaio. L’acquisto da parte del Leone di Trieste di quote dell’istituto guidato da Carlo Messina è stata una ‘mossa difensiva per contrastare la possibile scalata della banca al gruppo assicurativo.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Il rapporto dei giovani con gli strumenti più moderni mostra preoccupanti lacune in diversi settori cruciali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo D.]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Dec 2016 13:29:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[cruciali]]></category>
		<category><![CDATA[diversi]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[lacune]]></category>
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					<description><![CDATA[Tutto troppo facile, forse, troppo touch, troppo plug and play. Invece chi ha scoperto Internet negli anni Novanta si ricorda chiaramente,&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="entry-content">
<p>Tutto troppo facile, forse, troppo touch, troppo plug and play. Invece chi ha scoperto Internet negli anni Novanta si ricorda chiaramente, anche se senza troppe nostalgie, il rumore dei modem 14.4k mentre prendevano la connessione, i problemi per installare un programma sul PC, e magari le ore passate a imprecare cercando di collegare una periferica che proprio non voleva saperne di essere letta.</p>
<div class="code-block code-block-1"></div>
<p>Ora, a parte chi ha scelto la strada della programmazione (ma anche in questo caso gli strumenti per sviluppatori sono diventati molto più user-friendly), il sospetto è che il digitale e soprattutto il PC siano meno familiari ai ragazzi di quanto possa sembrare di primo acchito. Isolati in enclave con regole precise, come Snapchat e Instagram, per paradosso hanno forse meno competenze oggi di qualche tempo fa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A sostenerlo è una recentissima ricerca effettuata da University 2 Business, dal titolo Il Futuro è oggi: sei pronto?. Per gli universitari, solo il 59% pensa che le competenze digitali siano essenziali o molto importanti per trovare lavoro, a differenza delle aziende che toccano il 94%. Dire “Internet” è alludere a un universo straordinariamente vario, ma a quanto sembra non per i giovani universitari, per il 53% dei quali il web è solo navigazione e social media, senza un vero ruolo attivo da parte loro. Solo il 12% ha un suo sito o blog, e per il 91% parole come SEO, SEM, Adwords sono pressoché incomprensibili.</p>
<p>E dire che il costo delle offerte ADSL e fibra ottica fino a 1 Gbit/s non è mai stato così basso, con Internet alla portata di tutti anche in versione mobile: ormai non sono rare le offerte per telefonini che permettono di pagare 1 GB di navigazione, di fatto, solo 50 centesimi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non è quindi, a quanto sembra, un problema di costo: è un altro genere, insomma, di digital divide. Lo spazio per nuove professioni come Social Media Specialist, Data Scientist, SEO Specialist è in continuo aumento, con una richiesta costante dalle aziende, ma solo un numero tra un quarto e un terzo degli studenti universitari ha un’idea del profilo necessario per questi ruoli. Può sembrare una contraddizione in termini, nell’era degli influencer via YouTube che con una telecamera e poco altro hanno milioni di iscritti, ma non lo è, malgrado il 13% abbia un canale proprio sulla celebre piattaforma video.</p>
<p>Soprattutto, emerge come la scuola e l’università siano ancora inadeguate a offrire una preparazione moderna: se la percentuale di studenti che sa programmare o sta per imparare è del 30%, solo il 15% ha appreso queste competenze in università. Inoltre, la propensione al digitale è minore per le femmine rispetto ai maschi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il rischio è che il ritardo si faccia sentire: secondo Andrea Rangone, CEO di Digital360 (la società a cui fa capo University 2 Business), «anche se la maggior parte degli studenti universitari dichiara di avere consapevolezza del ruolo importante svolto dall’innovazione digitale nel cambiare l’economia e le imprese, solo una piccola parte di essi si prepara concretamente per questa sfida, cercando di sviluppare competenze digitali approfondite e di fare esperienze imprenditoriali concrete». Per fortuna, le eccellenze ci sono sempre: uno studente su 10 sta per avviare una startup.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La scarsa dimestichezza con le dinamiche del digitale e del web – non basta, infatti, essere dei maghi a comporre hashtag o trovare i filtri giusti per le proprie foto per usare Internet in modo responsabile – può avere ricadute ancora più inquietantirispetto al mancato sviluppo delle competenze.</p>
<p>Una recente ricerca dell’Università di Stanford, con Sam Wineburg come autore principale, ha evidenziato come i giovani oggi non siano in grado di distinguere le notizie vere dalle bufale online. Un problema all’ordine del giorno: una frase mai pronunciata dal Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha appena fatto il giro del web, anche se inventata di sana pianta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È opinione comune che Facebook e gli altri social network non facciano ancora abbastanza per eliminare le notizie false su Internet, anche perché il tema è delicato, coinvolgendo la libertà di stampa. Su un campione di 8mila ragazzi, la ricerca di Wineburg ha mostrato, intanto, come quasi la metà dei ragazzi associ all’incidente di Fukushima la foto di un animale con malformazioni, anche se queste non sono mai avvenute. L’autorevolezza di una fonte viene raramente messa in discussione: un post scritto da un dirigente di banca, ad esempio, viene creduto ciecamente da tre quarti del campione.</p>
<p>Come rileva Wineburg, “molte persone pensano che poiché i giovani sanno usare i social media sono egualmente bravi a giudicare quello che c’è scritto, ma il nostro lavoro mostra che la realtà è opposta”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Intanto, anche senza strumenti adeguati i giovani continuano a frequentare Internet e il web come non mai, a giudicare anche dai nuovi dati del rapporto Censis. Il 73,7% degli italiani nel 2016 è stato su Internet, ma la percentuale Under 30 è addirittura del 95,9%. L’89,4% dei giovani possiede uno smartphone, contro un dato medio nazionale, pur ragguardevole, del 64,8%, e la percentuale di under 30 che usa WhatsAppè dell’89,4% contro 61,3%. Ancora molto frequentato Facebook (89,3% contro il 56,2%).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Insomma, la necessità di includere nei programmi educativi un uso responsabile di Internet e del web, parallelamente puntando di più su una formazione costante e di qualità nel settore informatico – anche al di là di manifestazioni che durano solo pochi giorni e non cambiano realmente la situazione – appare non più procrastinabile. Altrimenti il rischio è che il bullismo, i pericoli di una navigazione non controllata e l’incapacità di scegliere un’informazione indipendente, controllata con il fact-checking e non soltanto virale, possano rovinare un’intera generazione ancora prima di affacciarsi sul mondo del lavoro.</p>
</div>
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		<item>
		<title>Rapporto ABI 2016 sul mercato del lavoro nell’industria finanziaria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo D.]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Dec 2016 14:01:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Banca]]></category>
		<category><![CDATA[Abi]]></category>
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					<description><![CDATA[Il Rapporto ABI fornisce un quadro della posizione competitiva del settore bancario italiano, attraverso l’esame di numerose informazioni sulle risorse&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il Rapporto ABI fornisce un quadro della posizione competitiva del settore bancario italiano, attraverso l’esame di numerose informazioni sulle risorse umane, sulla loro gestione e sul costo del personale.</p>
<p>Gli ultimi mesi del 2016 fanno registrare elementi favorevoli di ritorno alla crescita: tra questi gli immediati positivi effetti del quantitative easing della Bce. In Italia va considerato che l’innovazione tecnologica, i nuovi modi di fare banca e la spinta iper regolatoria della UE hanno richiesto, e richiederanno in futuro, riorganizzazioni aziendali e interventi strutturali. Ciò di fronte a profondi cambiamenti nelle relazioni con il cliente, con il potenziamento di canali innovativi che utilizzano le nuove tecnologie e riducono il numero degli sportelli fisici. In questa cornice, le banche hanno effettuato sforzi straordinari, senza ricorrere a fondi pubblici, con grandi accantonamenti a fronte dei costi della crisi e con aumenti di capitale, in attesa che un’adeguata redditività bancaria favorisca circuiti virtuosi.</p>
<p>Il Rapporto ABI evidenzia che la stabilità del posto di lavoro nel settore del credito italiano si conferma valore fondamentale, con un’incidenza del 99% dei contratti a tempo indeterminato, compresi gli apprendisti. Nonostante la lunga scia della crisi e gli scenari organizzativi e prospettici, il settore ha contenuto la contrazione degli organici nel biennio 2014-2015. Tra le principali caratteristiche del personale bancario, anche la qualità professionale in costante crescita (con il 37,8% di laureati) e il continuo aumento del personale femminile (45% sul totale dei dipendenti).</p>
<p>Il Rapporto analizza inoltre il posizionamento delle banche italiane in Europa, dove continuano a sussistere squilibri sul lato dei costi che penalizzano la competitività. In questo senso, focalizzando la visuale sui gruppi bancari a prevalente vocazione nazionale, emerge che il costo del lavoro unitario, pari ad oltre 73 mila euro a fine 2015, si presenta in calo rispetto al 2014 ma ancora superiore alla media europea, pari a circa 68 mila euro. Anche il rapporto fra costo del personale e margine di intermediazione mostra un divario tra i gruppi bancari italiani e la media europea,  pari a oltre 6 punti percentuali (35,2% contro 29% medio europeo). Ancora più significativo è il gap con i concorrenti, per il rapporto fra costi operativi e margine di intermediazione: le banche  italiane, infatti, con un  indice del  67%  superano di 9 punti la media europea del 58%.</p>]]></content:encoded>
					
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