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	<title>servono - Notiziario Finanziario - Notizie Banche Italiane Assicurazioni</title>
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	<title>servono - Notiziario Finanziario - Notizie Banche Italiane Assicurazioni</title>
	
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		<title>In Italia servono in media 6,3 annualità di stipendio per comprare casa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo D.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Oct 2016 07:56:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Normativa]]></category>
		<category><![CDATA[annualità]]></category>
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		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[Tra le grandi città, secondo Tecnocasa la più cara risulta Roma, anche se in continua discesa verso la soglia delle 10&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra le grandi città, secondo Tecnocasa la più cara risulta Roma, anche se in continua discesa verso la soglia delle 10 annualità, dopo aver toccato quota 14,8 nel 2007.</p>
<p>Al secondo posto troviamo Milano, che conferma le 9,1 annualità segnalate nel 2015, seguita da Firenze con 8,6 annualità (+0,1 rispetto all’anno scorso). A Palermo e Genova, invece, ne servono rispettivamente3,9 e 4,4.</p>
<p>Se si confrontano i valori attuali con quelli di dieci anni fa, a livello nazionale la differenza è stata più consistente. Si è passati da 10,2 annualità nel 2005 a 6,3 nella prima parte del 2016. In questo lasso temporale Bologna e Napoli hanno avuto le variazioni più consistenti, rispettivamente con -5,3 e -5,2 annualità.</p>
<p>Diminuzione importante anche a Milano, che in dieci anni ha visto un calo di 4,6 annualità; Roma, Firenze e Bari, invece,restano in linea con il dato nazionale (-3,9).</p>
<p>La città che mantiene più stabili i propri valori è Palermo, segnando -2,5 annualità.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>A che cosa servono le startup?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo D.]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jun 2016 08:31:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[cosa]]></category>
		<category><![CDATA[servono]]></category>
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					<description><![CDATA[La narrativa più diffusa dice che creano occupazione, anche se ad alta instabilità. A volte realizzano i sogni di successo&#8230;]]></description>
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<div class="testo-articolo">
<p>La narrativa più diffusa dice che creano occupazione, anche se ad alta instabilità. A volte realizzano i sogni di successo di qualche giovane intraprendente, altre permettono di far soldi a meno giovani investitori e/o speculatori. Ma il vero contributo che le nuove imprese portano a un sistema economico, e quindi a un Paese, è generare innovazione, diffonderla rapidamente e accrescere la competitività. A patto, ovviamente, che imprese e Paese siano disponibili e pronte. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.</p>
<p>È questo il senso che dovrebbe avere il percorso cominciato in Italia quasi quattro anni fa e giunto a un punto di svolta. Una startup policy c’è, perfettibile ma c’è. Un senso comune positivo e curioso nei confronti delle startup è in rapida diffusione, come le startup stesse che vanno ormai verso quota 6mila (solo quelle innovative a termine di legge e iscritte allo speciale registro delle Camere di commercio). I soldi cominciano a circolare: 74 milioni di euro dall’inizio del 2016, secondo una rilevazione di EconomyUp, con un maggio record che da solo ha visto operazioni per quasi 36 milioni.</p>
<p>È una stima certamente per difetto, visto che non tutti gli investimenti vengono regolarmente comunicati, ma indica una tendenza. Basti pensare che l’importo dei primi 5 mesi si avvicina all’ammontare di tutto il venture capital del 2015. Bene, se non fosse che il taglio medio degli investimenti è ancora sottile. Una fetta di prosciutto, quando invece servirebbe una bella fiornetina. I picchi sono fra 7 e 8 milioni, ma la media è ancora sotto i 2. Basta andare oltreconfine per vedere altri numeri. Una startup di italiani in Svizzera riesce a raccogliere 12 milioni (Nouscom) e a Londra arriva a 15 (Faceit). C’è ancora un profondo solco da coprire (e, in questo momento, non pare possano farlo i venture capitalist nazionali). Per non parlare degli Stati Uniti dove si arrivano a investire anche 160 milioni su una startup (Clover Health). Il solco diventa un burrone…</p>
<p>Tocca alle imprese chiudere il cerchio e approfittare degli stimoli, delle proposte e delle sfide che arrivano dalle startup per cambiare rapidamente. In una sola parola devono fare con determinazione open innovation, superando titubanze, pregiudizi e procedure. SI può fare. Molte aziende stanno cominciando, restituendo il significato migliore all’esperienza delle startup che possono diventare un modello di comportamento più adeguato per affrontare con efficacia le incognite della digital transformation. Possono essere in questo caso i giovani a insegnare ai vecchi, il nuovo a mostrare al maturo che cosa fare e come poterlo fare. Qualcosa si muove, anche se ancora troppo spesso sotto la spinta del marketing più che della strategia o degli stessi vertici aziendali. Qualche azienda comincia a considerare le startup come possibili fornitori (ma quanta fatica!). Qualcun&#8217;altra come possibile preda. Anche se ancora sono di più gli imprenditori che investono in proprio che non le aziende. Nonostante tutto, sottotraccia, lo shopping è cominciato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sembrerebbe tutto nel giusto verso di marcia se non fosse che anche su questo fronte le dimensioni sono ancora da Paese minuscolo. Peanuts direbbe un manager americano, per esempio di General Motors, che per acquisire Cruise Automation e accelerare la marcia verso l’auto senza pilota ha investito 1 miliardo di dollari.</p>
<p>C’è quindi da accrescere l’attenzione delle aziende verso l’ecosistema delle startup. È più facile con quelle grandi, che però hanno tempi di reazione particolarmente lunghi. È più difficile con quelle medie, che però hanno il vantaggio di essere più agili e veloci. Ma spesso non conoscono l’ecosistema, il suo linguaggio, le sue logiche. Perché sono in provincia, nelle trame più fitte di un tessuto imprenditoriale che non è ancora sufficientemente imbevuto. Ecco, ci vorrebbe un bel gavettone di innovazione, che porti fin lì dove stanno le aziende l’acqua del cambiamento. Qualcuno magari si ritrarrà irritato. Ma molti apprezzeranno il senso di freschezza, vista anche la stagione calda in arrivo.</p>
</div>
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		<title>A che cosa servono le startup?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea M.]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 May 2016 14:53:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[cosa]]></category>
		<category><![CDATA[servono]]></category>
		<category><![CDATA[startup]]></category>
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					<description><![CDATA[La narrativa più diffusa dice che creano occupazione, anche se ad alta instabilità. A volte realizzano i sogni di successo&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La narrativa più diffusa dice che creano occupazione, anche se ad alta instabilità. A volte realizzano i sogni di successo di qualche giovane intraprendente, altre permettono di far soldi a meno giovani investitori e/o speculatori. Ma il vero contributo delle nuove imprese a un sistema economico, e quindi a un Paese, è generare innovazione e accrescere la competitività. A patto che Paese e imprese siano disponibili e pronte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È questo il senso del percorso cominciato in Italia quasi quattro anni fa e giunto a un decisivo punto di evoluzione. Una startup policy c’è, perfettibile ma c’è. Un senso comune positivo e curioso nei confronti delle startup è in rapida diffusione, come le startup stesse con sono oltre 5mila. I soldi cominciano a saltare fuori: aprile è stato un mese record per gli investimenti: quasi 17 milioni. Adesso tocca alle imprese chiudere il cerchio e approfittare degli stimoli, delle proposte e delle provocazioni che arrivano dalle startup per cambiare rapidamente. In una sola parola devono fare open innovation, superando titubanze, pregiudizi e procedure. Si può fare. Come dimostrano le storie che raccontiamo questo mese.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Servono in media 6,4 anni di stipendio per l’acquisto di una casa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo D.]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2015 16:45:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[ACQUISTO]]></category>
		<category><![CDATA[anni]]></category>
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					<description><![CDATA[Una spesa quindi notevole ma se mettiamo a confronto gli ultimi dati con quelli dell’anno scorso emerge una leggera diminuzione,&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Una spesa quindi notevole ma se mettiamo a confronto gli ultimi dati con quelli dell’anno scorso emerge una leggera diminuzione, in quanto nel 2014 occorrevano 6,6 annualità.</p>
<p>L’indagine condotta da Aessefin.com si basa da una parte sui prezzi al metro quadro di un appartamento medio e dall’altra sulle retribuzioni contrattuali annue per un dipendente assunto a tempo pieno.</p>
<p>Nell’indagine si è anche ipotizzato che il reddito del dipendente fosse destinato per intero all’acquisto di una casa dalle dimensione medie di circa 85 metri quadri.</p>
<p>Facendo un raffronto in un arco di tempo di 10 anni, si è passato da 10 annualità di stipendio necessarie nel 2005 per acquistare casa alle 6,4 dei primi mesi del 2015.</p>
<p>Le città in cui si sono registrate variazioni più consistenti sono state Bologna e Napoli, dove sono necessarie rispettivamente 5,1 e 5 annualità di stipendio quest’anno, mentre a Milano in 10 anni il calo è stato di 4,8 annualità. In linea con la media nazionale Roma dove si è registrato &#8211; 3,5 annualità di stipendio in meno in 10 anni.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Finanza per la crescita delle pmi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea M.]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2015 15:39:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Credito]]></category>
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					<description><![CDATA[Più finanza per la crescita ma anche più investimenti per la crescita: aumentare l’offerta di finanziamenti con più strumenti e&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Più finanza per la crescita ma anche più investimenti per la crescita: aumentare l’offerta di finanziamenti con più strumenti e nuovi attori del credito e intanto stimolare la domanda di finanza con agevolazioni, defiscalizzazioni, incentivi. Un pacchetto di misure più forti può avere un impatto altrettanto forte sull’economia: un incremento del fatturato delle PMI tra 100 e 190 miliardi, dell’occupazione tra 250mila e 500mila nuovi occupati, del Pil in rialzo tra lo 1,4% e 2,7%. Sono queste le raccomandazioni e le simulazioni dello studio «Finanza per la crescita» curato dal Mef, dal Mise e dal Gruppo di Lavoro The European House &#8211; Ambrosetti e presentato ieri a Cernobbio.</p>
<p>Gli ultimi tre governi hanno potenziato l’offerta del credito all’economia, per ridurre il banco-centrismo nel corso del credit crunch e in vista di Basilea3 e in risposta al deleveraging del sistema bancario: sono stati creati mini-bond e nuovi project bond, è stata incentivata la quotazione in Borsa delle Pmi, gli investitori istituzionali sono stati incoraggiati a erogare credito direttamente alle imprese. Ora però, con il ritorno della liquidità, è sul lato della domanda di credito che bisogna concentrare i prossimi interventi. Vanno in questa direzione le nuove misure in arrivo, come ha spiegato ieri Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica del ministro dell’Economia e tra gli autori contributori dello studio. «I decreti attuativi in arrivo sul credito d’imposta per l’innovazione e la ricerca e sulla patent box per la defiscalizzazione di marchi e brevetti sono strumenti di agevolazione fiscale che pongono l’Italia al pari di Francia, Lussemburgo, Francia, agendo anche in maniera strutturale e non solo incrementale». «Stiamo facendo politica industriale – ha rincarato Stefano Firpo, capo della segreteria tecnica del ministro dello sviluppo economico – ci saranno innovazioni e strumenti agevolativi estesi dalle start-up alle Pmi, è in arrivo il decreto sulla nuova fiscalità per i fondi pensione». L’obiettivo è allargare il perimetro del capitale privato per sopperire al pubblico che si ritira, anche in campi nuovi come i beni culturali: il privato porta non soltanto nuove risorse finanziarie ma in prospettiva anche efficienza.</p>
<div class="clearer"></div>
<div class="VOICE_SKIP art11_left"></div>
<p>Si dovrà fare di più anche per rendere note e divulgare le nuove misure, la lunga lista delle agevolazioni fiscali, degli strumenti innovativi. La ricerca «Finanza per la crescita» ha messo in evidenza una carenza nella conoscenza delle novità proprio tra le imprese che per prime dovrebbero farne uso.</p>
<p>Valerio De Molli, amministratore delegato di The European House &#8211; Ambrosetti, ha presentato ieri lo studio in occasione del workshop a Villa d’Este sottolineando l’intenso lavoro di squadra tra Mef, Mise e Ambrosetti Club, con imprese, istituzioni finanziarie e tecnici del governo tutti intorno a un tavolo alla ricerca di soluzioni. «Gli investimenti fissi lordi sono crollati dal 2009, sia a livello di settore pubblico (26 miliardi) che privato (61 miliardi) abbiamo ancora troppe imprese con meno di 250 dipendenti rispetto alla Germania, il doppio solo nel settore manifatturiero», ha detto. Per De Molli la crescita dimensionale delle piccole imprese italiane è un passaggio essenziale. Le fusioni vanno stimolate maggiormente per mettere fine al nanismo. «Chiediamo ulteriori misure, bisogna osare di più – ha affermato con vigore –. Serve un credito d’imposta del 50% per due anni per le aziende che realizzano operazioni di M&amp;A. E serve il dimezzamento dell’arco temporale (da 18 anni a 9 anni) dell’ammortamento fiscale su avviamenti e marchi». La domanda di investimenti va stimolata in settori specifici: digitale, green energy, sanità, cultura e turismo. «Con questo studio chiediamo di rifinanziare la “Nuova Sabatini” che ha avuto un grande successo», ha sottolineato Filippo Peschiera, di Ambrosetti Club tra gli autori dello studio. La perdita di gettito dell’intero pacchetto di interventi di defiscalizzazione proposti dallo studio, valutata tra 3,4 e 4 miliardi, sarebbe compensata dalla crescita del Pil e delle aziende (in numero e per dimensioni) che garantirebbe un maggior gettito da rilancio economico compreso tra 3,14 e 6 miliardi di euro. Il saldo netto, conclude lo studio, è neutro sullo scenario minimo e positivo in quello massimo.</p>
<p>Molto è stato fatto, tra il lancio dei mini-bond, la riedizione dei project bond, l’ingresso di nuovi attori del credito. E novità sono in arrivo (come quella di estendere la tassazione del 12,50% dei titoli di Stato anche sui capital gain realizzati con investimenti di lungo periodo oltre i tre anni). Ma dalla finanza per la crescita guardando avanti si farà di più sul fronte degli investimenti delle imprese, soprattutto per aumentare gli investimenti in ricerca, innovazione e per incentivare la crescita dimensionale delle Pmi.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Cresce il factoring ma servono leggi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea M.]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2014 11:17:55 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[factoring]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;attività di factoring in Italia ha registrato una crescita del 2,53% nel terzo trimestre rispetto all&#8217;analogo periodo 2013. Il dato&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;attività di factoring in Italia ha registrato una crescita del 2,53% nel terzo trimestre rispetto all&#8217;analogo periodo 2013. Il dato è emerso dalla ricerca diffusa da Assifact, Associazione italiana per il factoring. Gli operatori del settore si attendono per il quarto trimestre un andamento favorevole del mercato sia in termini di turnover (+3,33%) sia di outstanding (+4,13%). «Assifact», ha sottolineato il presidente Rony Hamaui, «ha collaborato intensamente con il ministero dell&#8217;economia per la messa a punto della Piattaforma che consente ai creditori della p.a. di chiedere la certificazione dei crediti relativi a somme dovute e di tracciare le eventuali successive operazioni di anticipazione, compensazione, cessione e pagamento a valere sui crediti certificati». Secondo Assifact, il rafforzamento del sostegno del factoring all&#8217;economia richiede anche un supporto normativo adeguato alle esigenze delle imprese. In particolare, l&#8217;industria del factoring ha avviato un&#8217;ampia ricognizione sulla legge 52/91, relativa alla disciplina della cessione dei crediti d&#8217;impresa. L&#8217;obiettivo è dare maggiore tutela alle imprese che cedono i crediti e di rendere le operazioni di factoring più rapide e sicure.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Carige «Servono capitali Non importa la bandiera» Le scelte di Veneto Banca Sace, le asimmetrie minano quel mini-bond</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo D.]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 May 2014 12:13:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Una struttura completamente rinnovata in soli sette mesi. Una banca ancora in difficoltà ma pronta alla svolta, secondo il disegno&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="font-size: 14px; font-family: Geneva, Verdana, sans-serif; font-weight: 300; line-height: 1.625;">Una struttura completamente rinnovata in soli sette mesi. Una banca ancora in difficoltà ma pronta alla svolta, secondo il disegno di un nuovo piano industriale e di un aumento di capitale che partirà a giugno. Ecco la nuova Carige secondo il presidente Cesare Castelbarco Albani.</span></h2>
<div>
<p>Lei è presidente di Banca Carige dal 1° ottobre 2013. Come è cambiata la banca in questi sette mesi?<br />
«È cambiata molto. Intanto perché io interpreto il ruolo di presidente come da indicazioni della Banca d’Italia».<br />
Prima non era così?<br />
«Prima c’era una diversa visione del ruolo del presidente. Un presidente che faceva anche l’amministratore delegato pur non avendone i poteri e che così condizionava tutte le decisioni della banca, anche quelle operative. Ed è stata questa una delle ragioni per cui la Banca d’Italia, al termine della sua ispezione, ha chiesto di modificare la governance , prevedendo la nomina di un presidente che si preoccupasse di dialogare con gli azionisti, le istituzioni e gli organismi di vigilanza e che ci fosse poi la nomina di un amministratore delegato quale capo dell’esecutivo. Così, dopo la mia nomina, siamo arrivati alla nomina di Piero Montani, il 5 novembre e da lì abbiamo iniziato la nostra avventura».<br />
Il vostro principale azionista, la Fondazione Carige oggi presieduta da Paolo Momigliano, ha chiesto autorizzazione per scendere nel capitale della banca dall’attuale 43 per cento fino al 19 per cento. Chi occuperà quello spazio?<br />
«È una domanda a cui, al momento, non sono in grado di dare una risposta. Quello che mi auguro è che il futuro della banca sia in mano ad un nucleo di azionisti caratterizzati da una visione di sviluppo in linea con il nostro piano industriale e che non siano invece attratti solo da una pura operazione speculativa».<br />
Montani in assemblea ha detto che una banca senza soldi è come un uomo senz’anima. Dove state cercando la vostra anima? All’estero?<br />
«Proprio per ribadire la differenza tra l’esecutivo e la presidenza a parlare con i mercati è andato Montani con il nostro investor relator , peraltro una figura nuova che abbiamo introdotto e che prima non esisteva. Sono andati prima a Milano e poi a Londra, incontrando circa una settantina di potenziali investitori e riscontrando un interesse nuovo nei nostri confronti, anche perché la banca ha la necessità di farsi conoscere al di fuori dei confini genovesi».<br />
Molti grandi fondi esteri stanno investendo in Italia, soprattutto nelle banche. Nel vostro caso si rincorrono invece i nomi di investitori più legati al territorio, Vittorio Malacalza e Andrea Bonomi. Avete avuto contatti?<br />
«Io non ho avuto contatti con nessuno. Va detto peraltro che sarebbe stato prematuro e forse anche inopportuno, in quanto innanzitutto c’era da approvare il piano industriale. Una volta approvato il piano lo abbiamo presentato alla Fondazione e al gruppo di azionisti privati. Ora se qualcuno è interessato si farà vivo lui. Mi pare anche poco elegante andare a cercare».<br />
L’aumento di capitale da 800 milioni non è più rinviabile.<br />
«Partirà infatti il mese prossimo, a giugno. Abbiamo costituito il consorzio di garanzia, Mediobanca è il global coordinator ; Deutsche Bank, Credit Suisse, Unicredit e Citi sono i co-globa l. Nomura, Santander e Commerzbank sono joint-global . Queste banche stanno seguendo le mosse della fondazione e staremo a vedere…».<br />
Montani in assemblea ha detto che il nuovo capitale è necessario, ligure o non ligure, purché sia capitale…<br />
«Se è ligure è preferibile. Se saran dollari li convertiremo. Convertiremo anche gli yen, nel caso…».<br />
Secondo lei, cosa accadrà?<br />
«Il rischio per i consorzi è che finiscano sul mercato una grande quantità di diritti da convertire…».<br />
Quindi la Fondazione scenderà al 19 per cento prima dell’aumento…<br />
«Non lo so, ma penso di sì. Hanno chiesto l’autorizzazione a scendere».<br />
Il piano industriale prevede la chiusura del progetto Carige Italia. Vi riappropriate di quella rete dopo averla scorporata un paio d’anni fa… Prematuro adesso o tutto sbagliato allora?<br />
«È una decisione in linea con gli orientamenti dell’organismo di vigilanza, intrapresa anche da altri istituti, da Intesa al Banco Popolare. Inoltre, anche le ragioni per cui Carige Italia era nata oggi sono un po’ venute meno, tanto più che il progetto era datato e che il mondo delle banche nell’ultimo anno è profondamente cambiato…».<br />
Novanta sportelli da chiudere…<br />
«Il numero preciso non è ancora definito e soprattutto non è detto che riguardi solo Carige Italia. Faremo un’analisi molto precisa di quelli che sono i cosiddetti sportelli di vicinanza».<br />
La recente assemblea ha fatto emergere anche l’esistenza un’azione legale, una class action , di diversi piccoli azionisti nei confronti della vecchia dirigenza. Preoccupato?<br />
«Un gruppo di circa 250 piccoli azionisti ci ha notificato il provvedimento. Secondo i nostri legali, basandosi il principio invocato sull’andamento dei titoli in Borsa, l’azione non ha alcuna possibilità di essere ammessa, nonostante si parli di tutela del risparmio. Ma deciderà il giudice, il prossimo 26 maggio. Noi siamo sereni».<br />
Il ritorno all’utile è previsto nel 2016. Ci crede davvero?<br />
«Assolutamente. È un piano studiato in maniera molto approfondita, che si basa su ipotesi estremamente prudenziali e tutte supportate da previsioni analitiche fatte da Prometeia. Io ci credo».</p>
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		<title>Banche, gli sportelli servono sempre meno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea M.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Apr 2014 16:01:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[MENO CASSA, PIU&#8217; CONSULENZA &#8211; La trasformazione del sistema bancario passa per un vertiginoso calo degli sportelli, complici la crisi da&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><b>MENO CASSA, PIU&#8217; CONSULENZA </b>&#8211; La trasformazione del sistema bancario passa per un vertiginoso calo degli sportelli, complici la crisi da un lato e lo spostamento delle transazioni dalla filiale fisica ai siti internet dall’altro. Secondo recenti dali elaborati dalla <b>Banca d’Italia </b>su circa 600 banche fra spa, popolari e banche di credito cooperativo, dal 2007 ad oggi sono state chiuse circa 800 filiali: analizzando i bollettini statistici di Via Nazionale, emerge che dai 32.800 sportelli esistenti in Italia alla fine del 2007, si è arrivati a quota 31.761 a fine 2013.</p>
<p><b>1.500 SPORTELLI IN MENO NEI PROSSIMI ANNI &#8211; </b>E, secondo quanto emerge dall&#8217;analisi dei piani industriali approvati di recente dalle maggiori banche del Belpaese, nei prossimi anni è prevista la chiusura di altri <b>1.500 sportelli</b>, con una riduzione dei servizi di cassa e una decisa virata verso la consulenza. Nel dettaglio, <b>Intesa Sanpaolo </b>ha annunciato l&#8217;intenzione di passare, entro il 2017, dagli attuali 4.100 a 3.300 sportelli (erano 6.100 nel 2007), mentre <b>UniCredit </b>intende tagliare 500 sportelli da qui al 2018 (ad oggi sono 4.100) e <b>Mps </b>200 dagli attuali 2.300.</p>
<p><b>ITALIA VS EUROPA </b>&#8211; Una tendenza che dovrebbe portare il sistema bancario italiano a riallinearsi con la media europea, da cui negli ultimi anni si era progressivamente discostato: come segnala una recente ricerca di <b>Kpmg </b>intitolata “<b>Sportelli bancari e nuovi modelli distributivi</b>”, se nel 1999 il numero di sportelli per 100.000 abitanti nel nostro Paese era sostanzialmente nella media europea (circa 47 unità), nel 2010 il dato italiano si attestava a 55,5 sportelli, mentre quello europeo si fermava a 41,2. Il trend di crescita nel Belpaese si è invertito solo a partire dal 2009, ma con tassi di riduzione inizialmente molto bassi, che solo adesso stanno aumentando. Attualmente, segnala ancora <b>Kpmg</b>, la quota più elevata di sportelli per abitante si rileva nei paesi mediterranei: Spagna, Francia, Portogallo e Italia.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Bankitalia: alle banche servono 9 miliardi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea M.]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Jun 2013 15:26:06 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="line-height: 1.625;">Secondo Carmelo Barbagallo responsabile della Vigilanza della Banca d&#8217;Italia le banche italiane sono a buon punto nel tragitto verso il raggiungimento dei parametri di adeguatezza del capitale imposti da Basilea 3, che entreranno in vigore </span><span style="line-height: 1.625;">dal prossimo 1° gennaio. Secondo una simulazione condotta su un campione rappresentato da 13 gruppi bancari il fabbisogno si sarebbe ridotto a 9 miliardi di euro, in deciso calo rispetto ai 35 miliardi di circa 2 anni fa.</span></p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Mps, Profumo: per mantenere l’indipendenza servono taglio dei costi e aumento di capitale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Deborah]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Apr 2013 07:07:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[TAGLIO DEI COSTI E RAFFORZAMENTO PATRIMONIALE &#8211; Per assicurare l’indipendenza di Banca Mps e mantenere la sede a Siena, è necessario procedere a&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><b>TAGLIO DEI COSTI E RAFFORZAMENTO PATRIMONIALE </b>&#8211; Per assicurare l’indipendenza di <b>Banca Mps</b> e mantenere la sede a Siena, è necessario procedere a un severo programma di contenimento dei costi e al rafforzamento del patrimonio tramite il previsto aumento di capitale da un miliardo di euro per un nuovo socio non bancario. Lo ha detto il presidente della banca senese <b>Alessandro Profumo </b>nel corso dell’assemblea chiamata ad approvare il bilancio 2012.</p>
<p><b>RIMBORSARE I MONTI BOND, UNA SFIDA NON SCONTATA </b>&#8211; &#8220;La prima sfida è rimborsare i <b>Monti Bond</b>. Ce la possiamo fare ma nulla è scontato&#8221;, ha detto <b>Profumo</b>, spiegando che per mantenere &#8220;la banca a Siena&#8221; serve recuperare redditività &#8220;con il taglio dei costi&#8221; e rafforzare il patrimonio &#8220;con il previsto aumento di capitale. Non ci sono altre strade, non ci sono ricette magiche&#8221;.</p>
<p><b>L’INGRESSO DI UN NUOVO SOCIO</b> &#8211; Per i tempi dell&#8217;aumento, riservato all&#8217;ingresso di un nuovo socio che il presidente di <b>Mps </b>descrive come &#8220;non un altro gruppo bancario&#8221;, ma un azionista che condivida il piano di sviluppo, occorrerà prima attendere che la Commissione Ue accetti il piano di ristrutturazione a cui è vincolata l&#8217;approvazione degli aiuti di Stato ricevuti.</p>]]></content:encoded>
					
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