L’uscita di Carrefour, che segue quella di Auchan, completa la ritirata francese dai supermercati italiani.
Fine della campagna d’Italia. Eppure i maestri del ramo, gli innovatori, erano e sono in parte ancora loro. Con il difetto di sentirsi un po’ troppo maestri e con un atteggiamento (numerosi gli aneddoti), diciamo così, coloniale.
NewPrinces Group, che fa capo alla famiglia salernitana guidata da Angelo Mastrolia, ha rilevato i 1027 punti vendita di Carrefour. Una catena di diversi formati distributivi che dà lavoro diretto a 10 mila persone e indiretto a 8 mila. In questo modo il gruppo italiano, ex Newlat, diventa il secondo grande operatore dell’alimentare italiano con una discreta proiezione internazionale (nel Regno Unito soprattutto). Il boccone da digerire è enorme e la quotazione del titolo questa mattina ne risente.
L’operazione ha colto di sorpresa le altre grandi sigle italiane dei supermercati che stavano mettendo insieme una cordata ma sono stati battuti sul tempo. C’è un po’ di rivincita italiana nella storia di NewPrinces Group (hanno preso il nome dell’azienda britannica acquistata nel 2024) perché nel tempo ha rilevato alcune attività della vecchia Parmalat finita in mani francesi (con tutta l’enorme liquidità della gestione commissariale di Enrico Bondi) nell’incapacità nostrana di fare un’offerta adeguata. Il gruppo Mastrolia ha preso anche Buitoni, Cinzano, Plasmon e altri. Con l’operazione annunciata ieri, torna italiano anche il marchio Gs che era stato ceduto a Carrefour, dopo la privatizzazione (era proprietà Iri) da Benetton e Del Vecchio.
P.s. Il gruppo francese Fnac, rilevò una ventina d’anni fa le insegne Standa, tra cui quella di via Torino, una delle arterie più commerciali di Milano. I manager francesi che trattavano le aperture dissero con grande sicurezza, che il luogo non sarebbe stato importante. Era il loro marchio che faceva il successo della via, non viceversa. Nel 2014 l’ingloriosa uscita dall’Italia di Fnac e poi, recentemente, un ritorno con l’acquisizione di Unieuro, catena sulla quale il governo, forse in un eccesso di impulso sovranista ha agitato persino l’ormai mitico golden power.