Che ruolo avrà Miuccia Prada nella nuova compagine societaria?
Miuccia Prada avrà lo stesso ruolo che ha oggi, ovvero azionista di maggioranza del gruppo, ma non sarà coinvolta in alcun modo dal punto di vista creativo.

Miuccia Prada avrà lo stesso ruolo che ha oggi, ovvero azionista di maggioranza del gruppo, ma non sarà coinvolta in alcun modo dal punto di vista creativo.

In questa risposta di Andrea Guerra a un analista durante la conference call convocata a meno di un’ora dall’annuncio dell’operazione Versace ci sono almeno due elementi interessanti. Primo: è legittimo supporre che la co-fondatrice del gruppo Prada, visto il suo ruolo di assoluto peso, abbia avallato l’acquisizione, che si era detto fortemente voluta “solo” dal primogenito Lorenzo Bertelli e dall’amministratore delegato, Guerra, appunto. Secondo: l’universo creativo di Versace resterà nettamente separato da quello di Prada (dal febbraio 2020 il marchio è disegnato da Miuccia Prada e Raf Simons) e di Miu Miu, regno esclusivo della «signora», come la chiamano i suoi collaboratori.

Incompatibilità dei marchi

Sull’incompatibilità dei marchi principali del gruppo con Versace si erano concentrati molti dei dubbi intorno all’operazione fin da quando, in gennaio, Carlo Festa anticipò che le trattative erano iniziate. Church’s, Car Shoe e Marchesi sono in portafoglio al gruppo Prada, ma contribuiscono in minima parte al fatturato e non sono mai stati causa di scetticismo sull’operazione. Non è un caso se le prime considerazioni fatte dall’ad e da Lorenzo Bertelli hanno riguardato proprio l’abisso creativo che separa Prada da Versace, presentato, controintuitivamente ma neanche poi tanto, come «una delle ragioni dell’acquisizione». «Non c’è alcuna sovrapposizione tra i marchi Prada e Miu Miu né possibilità che i clienti di Versace cannibalizzino, anche in minima parte, quelli degli altri brand», hanno detto quasi all’unisono Guerra e Bertelli. Molte altre risposte sono state – pur corredate da scuse – evasive, al limite dell’excusatio non petita.

Per ragioni di riservatezza (il closing dell’operazione «è previsto per la seconda parte del 2025»), i vertici del gruppo Prada non hanno voluto dare indicazioni sulla forma che prenderà l’ufficio stile di Versace e hanno negato di aver avuto un ruolo nella nomina, il 13 marzo scorso, di Dario Vitale, ex Miu Miu, come sostituto di Donatella Versace.

Stesso muro di cautela sull’assetto futuro della distribuzione e della produzione: la prima appare attualmente sbilanciata verso gli outlet, la seconda non è più interamente made in Italy da tempo. Unica certezza, nelle parole di Guerra, la centralità di due licenze, fragranze e occhiali («l’avevo siglata io nel 2003, quando ero in Luxottica», ha ricordato).

Visione di medio-lungo periodo

Dell’operazione si può dire che è coraggiosa e – per tornare alle parole pronunciate ieri – che si inserisce in una visione di medio-lungo periodo. «Non aspettatevi indicatori di cambiamento né dati dettagliati per i prossimi sei mesi, ma neppure per i prossimi 18-24», ha detto Guerra. Lorenzo Bertelli ha parlato di «opportunità colta» e sicuramente è vero, visto il valore finale della transazione e la notorietà di Versace, maison appannata nel fatturato ma non nella brand awareness: «In tutte le indagini che abbiamo fatto nel mondo, Versace è risultato tra i dieci e spesso tra i cinque marchi definiti “il top della moda”», ha detto Guerra. Bertelli ha ricordato che il gruppo aveva intrapreso un percorso di finetuning di ogni processo aziendale ben prima che l’alta gamma rallentasse, per rispondere a difficoltà che erano (quasi) tutte interne e che sono state superate. «In un momento come questo, di massima incertezza geopolitica e quindi economica globale risulterebbe più difficile fare le mosse che noi abbiamo fatto anni fa e di cui stiamo raccogliendo i frutti. Siamo consci dei nostri limiti ma anche dei nostri punti di forza e da qui partiamo in questo nuovo viaggio», ha aggiunto.

Investimenti (e pazienza)

Tutto vero e condivisibile e l’idea stessa di cambiare radicalmente approccio rispetto alla crescita per acquisizioni abbandonata anni fa rende l’operazione Versace coraggiosa. Ci vorranno investimenti, dedizione e pazienza, non tanto delle persone che lavorano o guidano il gruppo Prada, ma degli altri stakeholder. Ventiquattro mesi sono un tempo lunghissimo, specie nel settore dell’alta gamma, come insegna la defenestrazione di Sabato De Sarno da Gucci proprio perché i risultati, a meno di due anni dal suo arrivo, tardavano ad arrivare. Se il gruppo Prada riuscirà a interrompere il circolo vizioso che impone il tutto, e tanto, subito a un mondo che avrebbe bisogno di lasciare il tempo di gustare ciò che si crea, anziché bruciarlo in meno di una stagione, sarà davvero una svolta. Culturale, ancora prima che economica o finanziaria.

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