Alla notizia che la Fondazione aveva scelto l’ultima uscita utile per evitare di andare a schiantarsi, portando con se la banca, contro il muro di un probabile commissariamento, anche il principe Cesare Castelbarco Albani, la cui famiglia è sulla piazza di Genova da milleduecento anni, ha tirato un sospiro di sollievo.
Nello stesso momento, Piero Luigi Montani, l’amministratore delegato di Banca Carige, uno che se avesse potuto avrebbe indicato John Wayne come ministro degli Esteri, ha abbozzato mezzo sorriso prima di riaccendere la calcolatrice.
Anche Paolo Momigliano, il presidente della Fondazione a cui il trambusto delle ultime settimane è dovuto, ha finalmente guardato oltre, stringendosi con gli advisor in un ideale abbraccio che neanche Marco Tardelli nel luglio dell’82…
Genova è arrivata a un passo dal baratro. Pronta a infilarsi nel sentiero percorso dal Monte dei Paschi di Siena, si è fermata appena in tempo. Le dimissioni di due membri del consiglio e l’escamotage del «rinvio/non rinvio» a cui si è giunti, hanno salvato banca e azionisti, mettendo tutta Genova nella stessa barca. La rotta è chiara e sebbene il mare sia agitato almeno ora appare pacifico che, chi è a bordo, remerà nella medesima direzione. Se i tempi sono duri per tutti, lo sono in modo particolare in una regione che non riesce a trovare più un modello identitario, dove sono venuti meno i tradizionali punti di riferimento anche nel mondo del lavoro, dove la banca è sempre quella, ma non può più essere uguale a se stessa.
In Carige, banca e fondazione, in sei mesi hanno cambiato tutto. Uomini e visioni. Litigi epici e indagini penali hanno però dato spazio, nell’ultima settimana, a una prova di intelligenza. La realtà è profondamente mutata e non avendo la forza per cambiarla, ci si può solo adeguare. La Fondazione è destinata a scendere pesantemente da quel 46 per cento che è la quota posseduta nel capitale della banca. Lo deve fare in base alle regole del mercato e al famoso articolo quinto. La Fondazione oggi non ha i soldi per sottoscrivere un aumento necessario e quindi non ha vinto. Ma Momigliano sta giocando con buonsenso la propria partita e finora non ha perso. I paletti posti in passato da Flavio Repetto hanno tenuto fino all’ultimo, ma oggi con la Bce alle porte e la strada spianata verso l’Unione bancaria europea è chiaro che l’aumento di capitale sarà tutt’altro che residuale: non 800 milioni meno i ricavi delle vendite degli asset non core , bensì 800 milioni punto. Il centinaio di milioni incassati dalla cessione della sgr serviranno a dare ossigeno, la vendita delle compagnie di assicurazioni, se e quando arriverà, migliorerà i bilanci. Ma oggi serve denaro fresco. E tanto.
Lunedì 24 marzo il consiglio di amministrazione esaminerà i conti del 2013: inutile crearsi illusioni. Il lead lo ha dato venerdì scorso il Banco Popolare: c’è poco da scialare. Probabile che Montani evidenzi ulteriore attenzione sulle partite a rischio, prima di lanciare il nuovo piano industriale e l’aumento che si realizzerà a giugno. Da fine marzo potrebbe interessarsi alla partita Andrea Bonomi e la sua Investindustrial. L’ex presidente della Popolare di Milano è, con Cinven, interessato alla svizzera Bsi, posta in vendita dalle Generali. Avrebbe una quota di minoranza, mentre Cinven di maggioranza. La trattativa è alle battute finali. Ma Investindustrial potrebbe essere interessata anche a Carige, una cosa non esclude l’altra. Bonomi ha già lavorato con Montani con profitto e il ticket potrebbe ricomporsi. Tanto più che Bonomi risponde anche a quelle esigenze di legami con il territorio che taluni cercano di avanzare: il nonno di Bonomi era infatti Beppe Croce, storico presidente dello Yacht club di Genova e della Federazione mondiale della Vela, di cui la madre di Andrea, signora Emanuela, è figlia.
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