L’export italiano è un fiore all’occhiello della nostra economia, ma le iniziative sui dazi da parte dell’amministrazione Trump non potevano non far sentire i loro effetti nel giro di breve tempo. L’Unione Europea e la Cina sono finite nel mirino di Washington, che ha inteso adottare una politica commerciale protezionista, mettendo in pratica il motto America First.
Già a febbraio l’export del made in Italy è crollato negli scambi commerciali con gli Stati Uniti. Un effetto in qualche modo annunciato e oggi certificato dall’Istat con i dati sul commercio estero relativi al secondo mese dell’anno. Vediamo un po’ più da vicino numeri e percentuali per capire meglio le dimensioni delle tensioni commerciali internazionali.
I più aggiornati dati Istat sull’export italiano
La riduzione del disavanzo commerciale degli Stati Uniti, la protezione dell’industria manifatturiera e dell’agricoltura americana e il freno al predominio economico della Cina sono alcune delle principali ragioni dell’introduzione dei dazi americani e – a riprova delle immediate conseguenze per le esportazioni del nostro paese – l’istituto nazionale di statistica ha recentemente pubblicato i dati sul commercio di febbraio 2025, l’ultimo mese di quiete soltanto apparente prima che il terremoto delle nuove tariffe si abbattesse sugli scambi globali.
L’export italiano – spiega la nota Istat – cresce a febbraio su base annua dello 0,8% in termini monetari (mentre si riduce del 4,3% in volume) e, se aumenta considerevolmente in area UE, è in evidente discesa verso gli Stati Uniti. In particolare su base annua gli Stati che danno i contributi maggiori all’incremento delle vendite di prodotti italiani all’estero sono:
- Spagna (+21,1%);
- Svizzera (+17,3%);
- Germania (+14,5%);
- Paesi Bassi (+13,3%);
- paesi OPEC (+12,9%);
- Regno Unito (+10,4%).
Invece Usa (-9,6%), Belgio (-11,8%), Turchia (-9,9%) e Austria (-9,0%) rappresentano il quadro dei contributi negativi più evidenti. La flessione tendenziale verso gli Stati Uniti non è altro che la conseguenza economica della decisione politica sui dazi.
Inoltre l’istituto nazionale di statistica stima che a febbraio la crescita congiunturale è stata più ampia per le esportazioni (+3,5%) rispetto alle importazioni (+1,7%), aggiungendo che l’incremento su base mensile dell’export attiene ad ambo le aree, UE (+3,7%) ed extra UE (+3,2%). Tale maggior crescita congiunturale dell’export è dovuta principalmente alle più alte vendite di beni strumentali, tra cui gli apprezzati prodotti della cantieristica navale.
Nel trimestre dicembre 2024-febbraio 2025, rispetto a quello anteriore, le esportazioni italiane registrano un +4,0%, mentre l’import un +3,0%. Ma l’export sale anche su base annua – spiega Istat – trainato in particolare dalla crescita delle vendite di prodotti farmaceutici, quelli chimico-medicinali e quelli botanici e mezzi di trasporto, esclusi autoveicoli. Mentre diminuiscono su base annua le esportazioni di coke e prodotti petroliferi raffinati (-25,8%), macchinari e apparecchi non classificati altrove (n.c.a.) (-4,1%).
L’allarme di Confindustria
Infine, in questo contesto non può non destare attenzione l’allarme di Confindustria sulla produzione e l’industria del nostro paese. Secondo l’organizzazione imprenditoriale, il settore – già debole da mesi – con il boom prezzi dovuto ai dazi americani potrebbe andare incontro a “una crisi strutturale”.
Nel secondo mese dell’anno, infatti, il Centro studi di Confindustria ha registrato una diminuzione della produzione pari allo 0,9%, dopo il rimbalzo a gennaio del +2,5%. In sostanza la fiducia peggiora e le tariffe Usa, spiega Confindustria, non possono che avere conseguenze negative sugli scambi, la stabilità dei mercati e le decisioni di spesa e investimento.