C’è un altro pezzo di Italia che sta mancando di rispettare le promesse ai cittadini e gli obiettivi del PNRR. Lo indica il report “Le bonifiche in stallo”, presentato dalle associazioni al termine della campagna “Ecogiustizia subito: in nome del popolo inquinato”. Acli, Agesci, Arci, Azione Cattolica, Legambiente e Libera, segnalano infatti “gravi ritardi negli iter amministrativi” e “una media bassissima di ettari bonificati all’anno”.
Le bonifiche consistono in un insieme di interventi tecnici, ambientali e infrastrutturali mirati a rendere un terreno utilizzabile, soprattutto per scopi agricoli, edilizi o ambientali. In pratica, serve a trasformare aree non coltivabili, degradate o pericolose in spazi sani, produttivi e sicuri. Ebbene su questo punto, l’Italia non è allineata all’agenda ambientale del PNRR, e i numeri e le percentuali offerte dal citato report lo dimostrano chiaramente. Vediamo allora più da vicino e proviamo a chiarire quali sono i rischi per il tessuto economico italiano.
I numeri delle mancate bonifiche sul suolo italiano nell’ultimo report delle associazioni
Idraulica, agraria, bellica, ambientale o industriale: le bonifiche assumono varie forme e hanno tutte in comune l’obiettivo di rendere, in qualche modo, produttivo un terreno. Nel dettaglio, dei 148.598 ettari di aree a terra inquinate – compresi in ben 41 siti di interesse nazionale – esclusivamente il 6% (7.972 ettari) è stato oggetto di attività di bonifica e soltanto il 5% (6.188 ettari) ha il progetto di bonifica o di messa in sicurezza approvato.
Non solo. Ad essere in stallo sono anche le attività di caratterizzazione ambientale ossia quelle comprese in una fase preliminare e tecnica dell’intervento, in cui viene studiato e analizzato il terreno per capire che tipo di inquinanti sono presenti e quanto estesamente si sono diffusi nel suolo (e talvolta anche nelle acque sotterranee). L’attività in oggetto è – quindi – fondamentale per progettare un intervento di bonifica adeguato. Ebbene, il suolo finora caratterizzato non va oltre il 24% del totale da analizzare.
Ma il report offre percentuali impietose anche sotto altri aspetti. Si pensi alle falde: solo il 23% delle acque sotterranee ha il piano di caratterizzazione svolto, e pur si tratta di riserve sotterranee essenziali all’approvvigionamento idrico (potabile, agricolo o industriale). Solo il 7% ha il progetto di bonifica o di messa in sicurezza approvato e cala ancora – al 2% – la percentuale che vede il procedimento di bonifica terminato.
Se queste falde vengono contaminate da sostanze inquinanti presenti nel suolo (ad esempio idrocarburi, metalli pesanti, solventi, pesticidi), l’acqua può diventare impropria al consumo o all’uso agricolo, con gravi rischi per la salute. Quindi i rischi delle mancate attività sono più che evidenti.
Reati ambientali e rischi per il tessuto economico nazionale
Le associazioni esprimono preoccupazione anche per i reati di omessa bonifica. Tra il 2015 e il 2023, su 241 controlli, ne sono emersi 35. La media è quella di un reato ogni 6,8 controlli, con 50 denunce e 7 arresti. Il non invidiabile “podio” della classifica per regione vede al primo posto la Sicilia, in testa con 17 reati, seguita, a forte distanza, da Lazio e Lombardia, a quota 5 reati a testa. Al terzo posto la Calabria con 3 reati.
L’utilità o la necessità della bonifica non va affatto sottovalutata. Si tratta – infatti – di attività spesso necessarie prima di edificare edifici, avviare coltivazioni, riqualificare aree urbane o restituire ambienti naturali alla collettività. In mancanza di bonifica, può aversi il blocco di aree produttive e la mancata valorizzazione del territorio.
Si pensi alle aree contaminate ex-industriali che restano inutilizzabili per decenni. Senza recupero, tali aree non possono essere riconvertite in zone industriali moderne, spazi verdi, abitazioni o infrastrutture e ciò provoca una tangibile perdita di valore immobiliare e, in un effetto a catena, lo stop a investimenti potenziali, soprattutto nel Mezzogiorno.
Non solo. Contenziosi legali, costi pubblici elevati (se il responsabile dell’inquinamento non viene individuato), rischi sanzioni europee per l’inerzia negli interventi, aumento della spesa sanitaria per l’inquinamento persistente (aria, suolo, falde) – con conseguente perdita di produttività per malattie e assenze dal lavoro – sono tutti fattori che si sommano ai danni economici diretti al settore agricolo e agroalimentare, legati a quei terreni che non possono essere coltivati.
Lo scenario ostacola la diffusione dell’economia circolare e della green economy e compromette l’immagine di qualità del Made in Italy, con effetti negativi su investimenti, esportazioni e turismo enogastronomico. Di mezzo c’è quella transizione ecologica, che per Bruxelles è criterio fondamentale d’accesso ai fondi europei. Infine le bonifiche a rilento contrastano direttamente con gli obiettivi del PNRR italiano, che – come è noto – punta anche a riqualificare il territorio e rilanciare l’economia sostenibile.