«Dalla Bce una spinta a dare più credito»

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«Parliamo lo stesso linguaggio e ci siamo capiti perfettamente». Di ritorno dal l’esecutivo Abi, dove ieri mattina ha incontrato insieme agli altri banchieri il Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, il presidente del Consiglio di Gestione di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro sembra aver già archiviato la frecciata giunta poche ore prima dal Premier Renzi, con il suo richiamo alle banche a fare più credito, ora che la Bce ha cancellato ogni alibi: «Il Ministro ci ha ascoltato e ha preso nota delle nostre istanze», dice in questa intervista a Il Sole 24 Ore. «Ci rivedremo presto, all’assemblea dell’Abi (in calendario per il 10 luglio, ndr) o forse anche prima. Ma quel che conta è che il governo, dopo aver creato molte aspettative, stia iniziando a soddisfarle con provvedimenti concreti: è determinante per dare vigore alla ripresa, che dipende dal clima di fiducia che si può instaurare in Italia». Ma non ci è rimasto male alle parole del Premier? «Niente affatto. Il nostro piano industriale prevede l’erogazione di 170 miliardi di nuovo credito in quattro anni: credo che ci stiamo muovendo esattamente nella direzione sollecitata dal Premier. Il tema, comunque, esiste: Renzi ha ragione quando dice che è necessario tornare a far affluire risorse alle imprese».

Quindi la colpa è delle banche?
Evitiamo di scaricarci vicendevolmente le colpe. Pensiamo piuttosto a smuovere tutti insieme il circuito del credito, facendo in modo che non si intoppi.
Ma a chi tocca il primo passo?
A tutti. Le banche devono fare la loro parte, e le misure annunciate di recente dalla Bce favoriscono in maniera importante il fluire di nuova liquidità; le imprese devono rilanciarsi e gli imprenditori investire di più nelle loro aziende, spesso sottocapitalizzate; la politica, attraverso la funzione legislativa e la P.A., deve creare un contesto più competitivo per le une e le altre. Ed è qui che è fondamentale il clima: se le aspettative sono buone, ogni attore tende a fare la propria parte nella presunzione che anche gli altri si muoveranno allo stesso modo.
Ma la ripresa stenta.
Il dato relativo al Pil del primo trimestre è stato peggiore delle aspettative, ma ci sono altri indicatori che ci dicono il contrario; personalmente, girando per l’Italia vedo segnali positivi, di ritorno agli investimenti da parte delle aziende: è da qui che può innescarsi quel circolo virtuoso da cui possono arrivare benefici per l’occupazione, e quindi per i consumi e a cascata per la produzione.
Quindi è ottimista?
Molto: l’Italia finora ha recuperato meno dell’Europa dall’inizio della crisi, adesso può compiere uno scatto in avanti. Per questo non mi stupirei se ci fosse qualche sorpresa positiva nel terzo o quarto trimestre dell’anno.
Veniamo al credito: perché i volumi restano così bassi?
Perché, come ha detto il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, la domanda è scarsa. O meglio, latita la domanda di credito buono: finché le imprese ci chiederanno nuovi prestiti solo per finanziare il circolante o coprire le perdite, i riscontri non potranno essere positivi. Dopo aver chiesto grossi sacrifici ai nostri azionisti, in termini di aumenti di capitale o di svalutazioni non possiamo impiegare risorse in crediti che, in parte, potrebbero non essere rimborsati.
Però le nuove operazioni preannunciate dalla Banca centrale europea potrebbero aiutare a rompere questo circolo vizioso, come dice Renzi.
Sicuramente forniscono fondi supplementari a tassi interessanti.
In particolare, c’è molta attesa per le Tltro che partiranno a settembre. Come si muoverà Intesa Sanpaolo, che comunque ha dichiarato di avere già in casa le risorse per 170 miliardi di nuovi impieghi per quattro anni?
Valuteremo nel prossimo futuro. In linea teorica, quello che posso dire è che quanto più sono bassi i tassi a cui le banche ricevono i fondi dalla Bce, tanto più si allarga il perimetro dei clienti cui si può prestare del denaro.
Quindi la Bce potrebbe favorire, effettivamente, maggior credito?
Credo proprio di sì, anche se non dobbiamo ragionare solo in termini di credito quando si parla di sostegno alle imprese.
In che senso?
La questione non è nuova, ma ora che il contesto sembra migliorare non possiamo più permetterci di rinviarla: va incrementato il ricorso ai minibond, ai fondi di fondi e a tutti gli strumenti che consentono di avvicinare il risparmio alle imprese, due mondi che in Italia sono ricchi e variegati. E una banca come la nostra, leader nel risparmio e nella consulenza alle aziende, può dare un contributo importantissimo nel fare incontrare rischi diversi a diverse esigenze d’investimento. Non a caso, se in questi anni si sono create masse enormi di crediti in sofferenza, è anche perché i clienti sono stati trattati tutti allo stesso modo dimenticandosi che una posizione problematica merita un approccio diverso.
A proposito: nonostante i ripetuti inviti, anche da parte della Vigilanza, di alleggerire i portafogli di crediti deteriorati il mercato degli Npl in Italia sembra ancora viaggiare a una velocità modesta.
È solo una questione di prezzi, e quindi di tempo: prepariamoci a nuovi deal.
Altro tema caro alla Banca d’Italia, la governance: a inizio settimana il responsabile della Vigilanza, Carmelo Barbagallo, ha ricordato che una buona governance aiuta ad attrarre capitale. Che ne pensa?
Condivido assolutamente. Per quanto ci riguarda, mi limito a ricordare che Intesa Sanpaolo ha già una governance sofisticata, che tiene conto della richiesta dei regolatori di diversificare le funzioni di gestione, di definizione delle strategie e di controllo. Rispetto a un modello tradizionale, di fatto, partiamo avvantaggiati.
Però la banca è stata oggetto di qualche appunto da parte della Vigilanza, ancora nei giorni scorsi.
Ci dicono che gli organi sono pletorici, e ci adegueremo entro la fine del mandato. A partire dai prossimi mesi, con l’impegno degli Organi Societari competenti, formuleremo una serie di proposte.
Pensa che alla fine Intesa Sanpaolo abbandonerà il duale?
Non è questo il punto. D’altronde, come ha confermato l’indagine effettuata da Georgeson su incarico della Compagnia di San Paolo, gli investitori non hanno preferenze quanto al modello di governance: a loro interessa che la gestione sia efficace ed efficiente.
Come procede l’attuazione del piano Messina?
Bene. Abbiamo nominato un nuovo Coo (Eliano Omar Lodesani, ndr) e il Cfo, Stefano Del Punta, è stato inserito nel consiglio di Gestione; inoltre, è stato individuato un capo del Centro per l’innovazione, Maurizio Montagnese, che il Ceo ha voluto mettere a suo diretto riporto. Sono nomine che vanno nel segno del rinnovamento e ne seguiranno altre nei prossimi mesi.
Procede il progetto di accorpamento delle banche locali?
Deve procedere per forza. È scritto nel piano e ce lo chiede la Vigilanza: da 17 banche scenderemo a 6, come previsto.
Nel piano si prevede anche la completa dismissione delle partecipazioni. E’ di questa settimana la richiesta di scioglimento di Telco, che vi riporterà il controllo diretto della quota in Telecom Italia: visto il momento di mercato, crede che si possa chiudere in anticipo con le cessioni?
Bisogna valutare, caso per caso. Nel caso di Telecom, in particolare, dobbiamo prima attendere di rientrare in possesso delle nostre azioni. Poi si deciderà, in base al mercato e all’evoluzione del settore.

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