Nessuno tocca le Bcc (ci ha già pensato Visco)

Con una capogruppo in forma di spa posseduta per almeno un terzo del capitale dalle Banche di credito cooperativo aderenti. E sotto le Bcc legate da un «contratto» alla holding capofila che esercita i poteri di indirizzo, stabilisce i criteri prudenziali nel credito e ratifica la nomina della maggioranza dei membri delle banche mutualistiche federate. È questa la direzione in cui sembrano spingere la Banca d’Italia e il Tesoro per l’autoriforma dei 379 istituti con 1,2 milioni di soci che costituiscono il sistema delle Bcc.

«Non faremo un decreto legge» aveva detto il ministro Pier Carlo Padoan con riferimento alle norme sulle Banche popolari, aggiungendo però che le banche cooperative «sono troppe e troppo piccole» e invitando «il settore delle Bcc a immaginare un’autoriforma». Le bozze che circolano tra Palazzo Kock e i tecnici di Padoan fissano paletti stringenti. Forse non del tutto «digeriti» per ora dal sistema delle banche cooperative rappresentato dalla Federcasse, in pratica l’Abi del comparto. Bankitalia spingerebbe per una sola Holding spa di tutta la categoria e con adesione obbligatoria, visto che altrimenti decadrebbe la licenza. Nessun socio diverso dalle Bcc potrebbe avere più del 10%, a tutela del carattere federativo, ma in teoria i due terzi del capitale potrebbero venire destinati ad altri soci che apportino nuove risorse. Secondo lo schema in via di elaborazione, la capogruppo avrebbe poteri stringenti: gli indirizzi strategici, la direzione e coordinamento delle Bcc, i controlli sui requisiti prudenziali nel credito, il diritto di veto su «almeno la maggioranza dei componenti degli organi di amministrazione» delle Bcc. Il tutto sulla base di un contratto di adesione (obbligatorio, come detto) i cui requisiti verrebbero rimandati alle disposizioni attuative della Banca d’Italia.
In pratica una rivoluzione per l’intero sistema che conta 4.460 sportelli, 37 mila bancari e l’8% del mercato. Resta da chiarire quale sarà l’equilibrio finale di una bozza di autoriforma condivisa dalla Federcasse. La delegazione capeggiata dal presidente Alessandro Azzi, nell’audizione in Parlamento, aveva difeso «l’indipendenza del sistema da capitali esterni, soprattutto da quelli impazienti o speculativi».

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