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La Banca centrale americana, ha spazio per alzare il costo del denaro in modo aggressivo, anche alla luce del forte rapporto sul mercato del lavoro Usa di giugno. Così facendo i rendimenti offerti dal mercato obbligazionario americano saliranno, facendo a loro volta aumentare l’afflusso di capitali a sostegno della divisa Usa. Invece la Banca centrale europea (ma anche quella d’Inghilterra) non ha altrettanto agio. Non solo si sta muovendo in rincorsa alla Fed, ma la maggiore esposizione alla crisi in Ucraina e soprattutto la spada di Damocle di una possibile catastrofe energetica (con le ricadute che avrebbe sulle prospettive di crescita) le impediscono di essere così “falco” come forse i numeri dell’inflazione richiederebbero. Come se non bastasse, in tempi di volatilità il biglietto verde è ancora percepito come il porto sicuro per eccellenza e questo non fa che aumentarne la domanda e quindi, implicitamente, la forza.

L’indebolimento della moneta, a lungo perseguito con le svalutazioni competitive della lira, è stato sempre visto con favore dai grandi esportatori italiani, che vedono i loro prodotti e le loro merci diventare più convenienti agli occhi degli acquirenti internazionali. Come se avessero il lusso di potere applicare uno sconto al loro listino, senza dover forzare i loro margini. Ma per qualche beneficio in arrivo, ci sono altri aspetti da considerare. Quelli che scontano ad esempio le aziende che devono importare materie prime dall’estero: in questi mesi sono rincarate a ritmi folli, e per di più si pagano solitamente in dollari. Quindi, questa inflazione dei costi di produzione rischia di abbattere i vantaggi derivanti dai guadagni di competitività sui mercati esteri.

Considerazioni affini possono farle anche fuori dai board delle aziende, ad esempio i “comuni” automobilisti. Sul fronte della pompa di benzina, a dire il vero, come ormai sappiamo entrano in campo diversi fattori, a cominciare da quello geopolitico. Ma anche il cambio gioca la sua parte, visto che i prodotti petroliferi sono tipicamente denominati in dollari. Il biglietto verde forte è un problema per chi paga in euro, e la storia insegna il suo ruolo: nel picco dei prezzi del barile del 2008, quando il Brent sfondava ampiamente i 130 dollari, l’euro forte abbassava il prezzo finale in Europa di circa un terzo. Oggi non abbiamo più quello scudo valutario e il cambio sfavorevole fa salire il costo effettivo nel Vecchio continente. In pratica, complice anche la speculazione dei mercati, la benzina ci costa più che allora pur avendo la materia prima a livelli inferiori.

Ancor più evidente e diretto è poi l’impatto su chi si sposta per ferie o lavoro e quindi si trova a pagare direttamente nell’uno a o nell’altra valuta. L’estate turistica tricolore dà segnali di buona vivacità e gli stessi operatori segnalano il ritorno copioso dei viaggiatori americani. Questi hanno infatti buon gioco a venire da noi ed aprire il portafoglio, con il loro potere d’acquisto che lievita grazie al dollaro forte. Discorso opposto per noi italiani che volessimo volare verso gli States. Ci bastavano 84 euro per comprare 100 dollari, di questo periodo lo scorso anno, a distanza di dodici mesi ce ne vogliono ormai cento tondi. I 799 dollari di un iPhone ce li dobbiamo sobbarcare interamente in euro, quando lo scorso anno avremmo fatto shopping tecnologico a sconto portandoci a casa lo stesso melafonino per poco più di 670 euro. 

Non solo rispetto al dollaro, però, vale il discorso. Gli italiani potrebbero pagare più caro anche un assai più vicino sconfinamento in Svizzera, magari una rapida puntata per acquistare uno dei prodotti di punta di orologeria oppure godersi una gita su un lago alpino. Se un anno fa, nel luglio 2021, un euro comprava 1,1 franchi svizzeri, oggi la divisa della Confederazione si è rivalutata fino a 0,99 (una moneta unica non basta più per comprare un franco) e la scorsa settimana è andata addirittura più in alto. Il risultato è che per un caffè da 4 franchi sul lungolago di Lugano, servono 4,04 euro mentre un anno fa ci si fermava a 3,64 euro. Livelli mai toccati prima, se si eccettua la caotica parentesi del 2015 in cui la divisa elvetica ruppe la soglia di 1,2 che era stata in precedenza difesa dalla Banca nazionale svizzera, con una mossa a sorpresa che provocò un picco di forza del franco stesso. Sempre la Bns è dietro la scelta di metà giugno di alzare il costo del denaro, ancora una volta in anticipo rispetto alla Bce e quindi con effetti diretti sulla forza del franco rispetto alla moneta europea. Anche in questo caso, la decisione è stata presa per combattere l’inflazione.

Di Deborah

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