La seconda vita di Unipol e Fonsai che (dopo un lungo e faticosissimo «fidanzamento») hanno dato vita a UnipolSai e quindi al terzo big assicurativo italiano per il momento si può riassumere con il 40% guadagnato in un anno in Borsa. Un rialzo che diventa anche un raddoppio o più del valore se si considera come riferimento il periodo dicembre 2012-fine gennaio 2013. Dal debutto in Piazza Affari del nuovo titolo, il 6 gennaio 2014, dopo un ulteriore rialzo che ha portato la quotazione a nuovi massimi, hanno invece preso consistenza le prese di beneficio e il prezzo dell’azione (la ex-Fonsai, che tecnicamente ha incorporato Unipol assicurazioni) è rimasto pressoché invariato.
Il cammino
Del resto, se per UnipolSai il cammino che ha portato alla fusione è stato complicato, e sono stati necessari due anni dall’accordo firmato il 29 gennaio 2012 fra i bolognesi e i Ligresti, anche il periodo successivo non si può certamente definirlo una passeggiata. Non solo per le code giudiziarie che «rammentano» a protagonisti e mercato quanto sia stata combattuta la fase preliminare al matrimonio (che ha visto i Ligresti tentare più volte di ritirarsi dal negoziato e di cancellare le intese sottoscritte), ma anche perché il programma della «seconda vita» prevede per il momento una ristrutturazione non semplice.
Perché oltre ai «normali» problemi che si riscontrano in tutte le operazioni di fusione, e che si possono riassumere nel mettere a fattor comune culture, tecnologie e strutture operative, vanno considerati almeno due fatti: Fonsai, utilizzata per anni dai Ligresti come un bancomat familiare, era in default; l’unione delle due compagnie ha creato un nuovo big nel settore italiano con 20 miliardi circa di premi, dimensione più o meno allineata a quelle di Generali Italia e del polo assicurativo di Intesa Sanpaolo, ed è stata passata al setaccio dall’Antitrust, che ha autorizzato l’unione subordinandola però a impegni tutt’altro che leggeri.
Così il 2014 è stato anzitutto scandito dal rispetto degli obblighi assunti. UnipolSai ha ceduto le partecipazioni detenute in Mediobanca e Generali, ha fatto un passo indietro verso una futura uscita da Rcs Mediagroup e ha ceduto asset per 1,1 miliardi ad Allianz Italia, ha rimborsato 750 milioni di prestito ibrido verso Piazzetta Cuccia. Inoltre, secondo i «suggerimenti» Ivass, l’authority delle assicurazioni, ha sfoltito il portafoglio dei titoli strutturati di circa 2 miliardi passando così dai 5,2 miliardi del 2012 ai 3,2 di giugno 2014.
La fase successiva, già in parte avviata, prevede il focus su almeno tre punti. È stato così approvato e in parte avviato il progetto di semplificazione societaria che riguarda oggi in particolare il comparto immobiliare. L’intervento riguarda una selva di società ereditate principalmente da Fonsai, con un patrimonio complessivo di circa 4,5 miliardi: da 26 iniziali sono state ridotte a sei e si procede verso un’ulteriore razionalizzazione. Il secondo punto riguarda il perimetro più ampio di Unipol gruppo finanziario, holding che fa capo alle cooperative riunite in Finsoe e controlla con il 63% UnipolSai: l’unificazione di Banca Sai e Unipol Banca. Anche in questo caso il progetto è stato approvato ed è arrivata l’ok di Bankitalia. L’unione che darà vita a un big ma che comporta sinergie. E a questo proposito il gruppo ha realizzato il 35-40% dell’obiettivo del piano, fissato a fine 2015, previsto in 350 milioni lordi.
In prospettiva i filoni di intervento dell’amministratore delegato Carlo Cimbri sono due. Il «fronte» interno prevede la creazione di una piattaforma tecnologica comune; la riorganizzazione della rete agenziale e delle funzioni delle sedi (Milano, Firenze e Torino) rispetto al quartier generale a Bologna; l’unificazione del portafoglio prodotti e la valorizzazione di asset non core (come alcuni immobili, il porto di Loano, la catena Atahotel, l’azienda agricola), in carico per circa 450 milioni.
Internazionale
Ma UnipolSai deve anche guardare all’estero. È la prima compagnia in Italia nei rami danni e sta cercando di riequilibrare il portafoglio polizze con un rafforzamento del Vita. È chiaro tuttavia che dopo la fusione la crescita in Italia potrà essere «organica» in un mercato a elevata concentrazione. Un punto debole, rispetto ai concorrenti e in particolare a Generali, è proprio la natura solo domestica del business, con la sola eccezione di una presenza in Serbia. Ma, riflessioni a parte, se ne parlerà solo con il prossimo piano. Cioè con la «terza vita» di UnipolSai. Per allora, e cioè per metà del prossimo anno, Cimbri dovrà anche aver preso una decisione: scegliere se guidare la capogruppo o UnipolSai. Nel frattempo aumenta l’interesse degli investitori esteri: con loro i contatti, che per Unipol nel 2011 erano pari al 40% di quelli totali, oggi sono passati all’85%.
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