Mps, un ‘gola profonda’ ha cominciato a cantare

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È una voce interna, un manager dell’Area Finanza del Monte dei Paschi che sta aiutando gli inquirenti a scoprire che cosa accadde al momento di trattare l’acquisizione di Antonveneta. E soprattutto sta svelando i reali termini dell’accordo che portarono a una «plusvalenza» di circa tre miliardi di euro concordata con i venditori del Banco Santander.

L’indagine della Procura di Siena entra nella fase più delicata, dopo l’audizione dei testimoni che vanno avanti da tempo. Sono pronti gli avvisi a comparire per gli indagati e potrebbero essere notificati già nelle prossime ore visto che gli interrogatori sono stati fissati per la prossima settimana.

È la svolta attesa, dopo le ultime verifiche effettuate dai pubblici ministeri Antonino Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso e dal Nucleo Valutario della Guardia di Finanza. L’attenzione si concentra su tutte le fasi dell’operazione, ma anche su quanto accadde all’interno del consiglio di amministrazione in carica nel 2007.

In particolare si sta cercando di verificare che cosa accadde al momento di redistribuire gli incarichi. Con un’attenzione particolare al ruolo del consigliere Andrea Pisaneschi – in quota Forza Italia – che fu nominato presidente di Antonveneta subito dopo l’acquisizione e costretto a dimettersi dopo il coinvolgimento nell’inchiesta sul Credito cooperativo fiorentino di Denis Verdini.

I documenti acquisiti in questi mesi dagli investigatori del Valutario guidati dal generale Giuseppe Bottillo delineano il quadro di quanto accadde tra agosto 2007, quando Santander compra Antonveneta per 6 miliardi e 300 milioni di euro, e novembre dello stesso anno quando la rivende a Mps per 9 miliardi e 300 milioni, oltre a un miliardo di euro di oneri.

E disegnano il ruolo chiave che ebbe l’Area Finanza anche per la stipula dell’accordo da un miliardo con Jp Morgan e per gli investimenti successivi sui «derivati». I reati contestati ai manager vanno dall’associazione a delinquere alle false comunicazioni, oltre alla turbativa e in alcuni casi all’aggiotaggio.

In tutto il periodo del negoziato tra italiani e spagnoli, ma anche recentemente, sarebbero state infatti effettuate manovre speculative sul titolo Mps. L’ipotesi dell’accusa è che in quella plusvalenza siano rientrate alcune «stecche» per i manager, senza escludere che anche la politica abbia potuto partecipare alla spartizione. Proprio di questo sta parlando la «fonte», già interrogata più volte dagli inquirenti.

Si tratta di un funzionario di alto livello che ha seguito personalmente le fasi dell’affare e ne conosce bene i retroscena. Soprattutto sa quali fossero le direttive impartite dall’allora presidente Giuseppe Mussari e dal direttore generale Antonio Vigni e come venivano eseguite da Baldassarri e dai suoi «fedelissimi». Negli avvisi a comparire gli indagati vengono informati degli elementi a loro carico e chiamati a risponderne in interrogatorio.

Il management si occupava degli affari, ma all’interno del consiglio di amministrazione c’era chi avrebbe seguito ogni fase, condividendone mosse e obiettivi. È questa la convinzione degli inquirenti che stanno concentrando la propria attenzione su Pisaneschi per capire in base a quali accordi, stretti all’interno del Cda, si decise che dovesse essere proprio lui a dover guidare Antonveneta.

Un’intesa politica dai contorni ancora oscuri che i magistrati vogliono esplorare per comprendere esattamente gli interessi in gioco in quel momento. La nomina risale al 23 giugno 2008. L’avvocato fiorentino, ma senese di nascita, rimane in carica per tre anni. Viene sostituito da Ernesto Rabizzi nel luglio 2011, dopo essere stato coinvolto nell’inchiesta sul dissesto della banca di Verdini.

Le verifiche dei magistrati di Firenze riguardavano alcuni compensi occulti elargiti ai consulenti che si erano occupati di operazioni finanziarie collegate all’Istituto di Credito guidato dal coordinatore di Forza Italia. Lo studio di Pisaneschi fu perquisito dai carabinieri del Ros dell’inchiesta.

In particolare veniva contestata l’emissione di fatture false per giustificare il passaggio di denaro ai professionisti che si erano occupati di far erogare un prestito da 150milioni a due società del gruppo Btp del costruttore Riccardo Fusi, la Edil Invest e la Holdin Brm da parte di cinque banche: Mps (60 milioni), Unipol Banca (50 milioni), Cariprato (20 milioni), Credito cooperativo fiorentino (10 milioni) e Banca Mb (10 milioni).

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