Arriva l’ euro digitale
Non è stato un anno facile per le criptomonete.
Prestito con cambiali

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Non è stato un anno facile per le criptomonete. Tra crolli del loro valore e vere e proprie truffe, quelle che vengono considerate non solo delle potenti innovazioni ma anche delle potenziali forme di investimento, si sono trasformate in un altrettanto grande punto di domanda. Tanto da creare non poche confusioni nei cittadini che ora sentono parlare di dollaro digitale, Yen digitale ed euro digitale. Ebbene va detto che si tratta di strumenti completamente diversi. Ma cos’è l’euro digitale? La Commissione europea presenterà infatti proprio quest’anno il progetto di regolamento che darà alla Banca Centrale Europea (Bce) (che sta alacremente lavorando da tempo su questo tema) i poteri per gestire in piena autonomia una moneta digitale che arriverà direttamente nei nostri e-wallet (e non solo).

C’è una forma centrale di controllo?

Una moneta digitale è diversa da strumenti di credito o investimento. L’euro è un titolo emesso dalla BCE e garantito da essa; si tratta dunque della forma più pura di corrispondenza fra titolo e valore. Tutto il resto, inclusi i nostri conti in banca e soprattutto il denaro digitale, sono emissioni più o meno private di titoli di credito che sono esigibili presso l’entità che li ha emessi che in ritorno offre un servizio o un ritorno sugli investimenti. Per capire la differenza con una criptovaluta (la più nota è il bitcoin) si deve fare un salto indietro al 1300. A Orvieto, nei pressi del Duomo, c’è la Torre del Maurizio costruita appunto nel 1300. Aveva una funzione precisa: scandire le ore durante la costruzione del Duomo. Maurizio era il nome con cui veniva chiamato l’automa di bronzo che batteva con un martello sulla campana al fine di comunicare che un’altra ora era passata. E che quindi il notaio doveva tenersi pronto a pagare gli operai. In questo modo, c’era una registrazione dell’evento tempo che generava un’entrata nel registro e, conseguentemente, un pagamento. Questa può essere definita una forma di blockchain: un registro in cui le transazioni sono marcate nel tempo e assicurate in una sequenza, criptate, protette e agganciate l’una all’altra in maniera da poterne ritrovare il percorso. Il punto chiave è se il notaio (ovvero una forma centrale di controllo) esiste oppure se gli operai autogestiscono i pagamenti. 

La natura speculativa delle criptomonete

A differenza delle valute legali emesse dalle banche centrali, non esiste un’entità centralizzata che emette le criptomonete; piuttosto, il loro valore deriva dagli scambi e dai passaggi di questa valuta, che diventano gli anelli di questa “catena”. Di conseguenza, le criptomonete hanno natura altamente speculativa. Cosa che ricorda la corsa al tulipano nero del ‘600, dove la generazione del valore era affidata a concetti effimeri e a valori generici e ipotetici attribuiti da ciascun individuo e sommati tra di loro. Se vi sembra completamente aleatorio è perché lo è ma al tempo stesso le blockchain sono la forma piú avanzata di quella intelligenza distribuita che sarà alla base dell’internet del futuro quella del metaverso per intenderci. Vi starete chiedendo: chi controlla e governa la blockchain? In verità, è un po’ come chiedersi chi controlla Internet: tutti e nessuno. 

Le stablecoins

Vi è poi un’altra categoria di criptovalute, chiamata stablecoins (monete elettroniche stabili). Gli stablecoins sono emessi da privati, ma la loro stabilità viene garantita da titoli solidi. Il loro valore sarà cioè correlato a quello di titoli garantiti da autorità centrali: la stabilità della moneta è normalmente certificata e garantita da un asset sottostante. Questa base può corrispondere a un paniere di una sola moneta, per esempio l’euro o il dollaro, oppure può essere un paniere di titoli di Stato, di altri asset considerati sicuri e che quindi rendono gli stablecoins molto meno rischiosi delle criptomonete, ma pur sempre conservando un certo grado di rischio. Perchè l’anno scorso i crolli più drammatici sono stati due stablecoin? Perché in quel caso la garanzia era solamente un algoritmo (algorithmic stable coins) che garantiva una criptomoneta con un altra, una sorta di moto perpetuo che non esiste in natura e nemmeno in finanza. Da qui la necessità di regole. Nel 2022, l’Europa ha adottato il regolamento relativo ai mercati delle cripto-attività (conosciuto come MiCA, Markets in Crypto-assets) che vedremo presto entrare in vigore: la prima legislazione al mondo che fa una classificazione sistemica di tutte le monete elettroniche e le regolamenta. Le stablecoins che promettono di essere strumenti di investimento con maggiore stabilità rispetto alle criptomonete dovranno essere autorizzate e le autorità preposte controlleranno che la garanzie sottostanti siano sufficienti (un algoritmo non sembra abbastanza). Anche coloro che emettono le criptomonete devono registrarsi, si dovranno fornire una serie di informazioni generali (white paper) che rendano il consumatore edotto sui rischi, si tratta rispetto alle stablecoins di una regolamentazione molto più leggera, che valorizza la libertà del singolo di assumersi la responsabilità di accettare di trattare asset rischiosi.

I token di utilità e lo smart contract 

Il regolamento MiCA riconosce anche la categoria dei cosiddetti token di utilità, una sorta di voucher per finanziarsi senza ricorrere a veri e propri investimenti, offrendo in cambio l’accesso a un servizio. Affinché rientrino nella categoria di beni mobili e finanziari, essi devono essere fungibili. Per esempio, l’NFT di una opera d’arte non rientra in tale categoria perché non è fungibile, al contrario del token di utilità.

Lo smart contract

Un’altra innovazione in arrivo è lo smart contract, il contratto intelligente. Un esempio pratico di questo contratto potrebbe essere l’interazione tra l’auto elettrica e la colonnina di ricarica: dopo aver collegato l’auto alla colonnina, l’utente non deve svolgere ulteriori operazioni poiché ha già aderito ad un contratto in cui ha istruito il proprio veicolo a comunicare con la rete di ricarica, a scambiare informazioni utili e a ricaricarsi quando è necessario. Gli smart contract saranno disciplinati per la prima volta in assoluto dal Data Act (la Legge europea sui dati), anche le monete elettroniche verranno programmate per eseguire questo tipo di contratto automatizzato, il quale diventerà la norma: sarà la fine di quelle inutili e ripetitive richieste di rinnovo e autorizzazioni. Bene inteso l’utente potrà in qualunque momento terminare uno smart contract.

L’euro digitale

Dunque, a quale di queste categoria appartiene l’euro digitale? Nessuna delle precedenti. Parliamo infatti di una nascente nuova categoria (si chiama Central Bank Digital Currency CDBC): una moneta elettronica emessa e garantita dalla Banca Centrale Europea. Tutti gli aspetti di funzionamento saranno appunto regolati da essa, che sarà poi l’entità ultima a supervisionare la clearance fra i vari enti che distribuiranno l’euro digitale, come avviene oggi nel sistema interbancario. L’euro digitale è il prossimo passo nel progresso del sistema di pagamenti europeo, che è già il migliore al mondo e, come abbiamo ribadito due settimane fa, ha agevolato la generazione di unicorni sul sistema dei pagamenti – non solo in Italia con Nexi e Satispay ma anche in altri paesi come l’Irlanda, dove un ecosistema davvero interconnesso ha creato anche un vero e proprio modello industriale. Questo significa anche che le banche e altri attori tradizionali non escono affatto di scena: la distribuzione dell’euro digitale sarà garantita dagli intermediari che conosciamo per la cartamoneta, ossia banche e altri istituti di credito, tramite i bancomat digitali. Nell’ultimo paper pubblicato lo scorso dicembre, la BCE ha spiegato che la forma di approvvigionamento dell’euro digitale per i clienti sarà quella dei circuiti retail e che quindi l’euro digitale sarà uno strumento in più a disposizione dei cittadini che rivoluzionerà il modo in cui funzionano le banche. L’euro digitale diventa sarà quindi un nostro diritto in quanto cittadini europei, mentre le banche e tutta la filiera dei pagamenti continueranno a gestire i servizi che ruotano intorno ad esso. Perché l’euro digitale è innovativo? Perché è una moneta non legata ad un contratto con un determinato provider di denaro digitale, ovvero un’azienda che fornisce credito, come la banca o il portafoglio di criptomonete: chiunque può avere in mano euro digitali come chiunque può avere in mano delle banconote. 

Il conto alla romana

L’esempio forse più banale per comprendere il cambiamento a cui stiamo andando incontro è il famoso conto alla romana. E cioè si fa un conto unico e poi lo si divide con conseguente scambio di denaro. Domani, a prescindere dal modo in cui si sceglie di conservarli, ci si potranno scambiare gli euro digitali creando un trasferimento peer to peer – immediato – e pagare collettivamente il conto in un attimo. La parola chiave è “interoperabilità”: l’euro digitale è una moneta franca digitale che si svincola da qualunque altro sistema di pagamento, ma ovviamente resta interconnessa e compatibile. Inoltre, per scambi di piccole somme di denaro entro un certo limite, si lavora per garantire l’anonimato esattamente come esiste oggi per i pagamenti in contanti. Ovviamente, aldilà di del limite, scatteranno gli obblighi della normativa antiriciclaggio. L’euro digitale è la dematerializzazione della banconota tradizionale come essa universalmente accettato ma sarà più intelligente e sicuro. Forse non avremo modo di sentire Maurizio che suona la campana per avvertirci dell’arrivo di una transazione di denaro nel nostro e-wallet, ma sicuramente avremo modo di ricevere immediatamente tutti i soldi anticipati per un conto alla romana. 

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