Spread, ora va ridotto il credit crunch

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Il barometro dell’offerta di credito all’economia continua a segnare brutto tempo, in Europa e anche in Italia, come è confermato dalla consueta indagine campionaria sui prestiti e dal recente Rapporto sulla stabilità finanziaria della Banca d’Italia.

Quest’ultimo però ha introdotto una nota di ottimismo quando ha notato che «il recente miglioramento delle condizioni di mercato potrebbe consolidarsi e proseguire, contribuendo ad allentare le tensioni nell’offerta di prestiti».
In effetti, da qualche giorno i mercati sono positivi e gli spread si sono sensibilmente ridotti. È ovvio che è ancora presto per considerare definitiva questa fase, ma sorge spontanea una domanda.
Ammesso che si avveri la prima condizione (il miglioramento delle condizioni di mercato), quanto è probabile si realizzi la seconda, cioè il ritorno a flussi normali di finanziamento all’economia? La domanda è legittima, perché il credit crunch in atto è causato in primo luogo dalla caduta dell’attività produttiva, quindi da fattori di domanda, ma in misura non piccola da fattori di offerta, legati alla situazione economica e patrimoniale delle banche. Di conseguenza, le benefiche piogge di liquidità generosamente riversate dalle banche centrali si prosciugano strada facendo per soddisfare altre e più pressanti esigenze e arrivano in rivoli così piccoli agli utenti finali da generare tassi di crescita dell’aggregato impieghi ancora negativi.

Va subito detto che il problema di fondo delle banche italiane non è la contrazione della redditività di base (margine di intermediazione), distinto nelle due tradizionali componenti: margine da interesse (la differenza fra interessi riscossi e quelli pagati) e altri ricavi (commissioni e proventi finanziari). Gli ultimi venti anni hanno visto una costante caduta del margine di intermediazione, trascinata soprattutto dalla caduta del livello medio dei tassi. Il fenomeno è comune infatti a tutti i paesi, ma ancora oggi il margine delle banche italiane si colloca sopra la media europea.
I dati più recenti, pubblicati da Mediobanca, riguardano il primo semestre del 2012 di un campione di 20 grandi banche europee. Anche in un anno così difficile, le nostre due banche occupano il terzo e il quarto posto, alle spalle delle due spagnole sia in termini di margine di interesse che di intermediazione e ben al di sopra di altre banche che hanno modelli di business comparabili. Se si guarda ai dati di sistema, si nota che nel 2011 le banche italiane hanno avuto un margine di intermediazione complessivo di 92,1 miliardi, composto per 54,0 da margine di interesse, per 30,0 da commissioni e 38,1 da ricavi vari. Non si può quindi dire che esse non siano state capaci di diversificare i loro proventi e recuperare attraverso commissioni una parte significativa dei servizi resi alla clientela.

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